Tredici e quaranta

Tredici e quaranta, mentre rientro a casa. Da lontano mi sembrano un gruppo di ragazzi in attesa del pullman. Vedo soprattutto una macchia di colori e capelli in sosta davanti all’ITIS.
Quando mi avvicino però intuisco che non attendono nulla, forse sono lì e basta, allungati su alcune sedie a sdraio, come quelle che si vedono sulle spiagge. Disposti in semi cerchio, faccia al cielo terso di questa mattina; un ragazzo in piedi soffia milioni di bolle di sapone nell’aria e le bolle volteggiano mentre transito con la mia macchina lungo corso Alcide de Gasperi e mi sembra di procedere al rallentatore.
Fantastico.
questo è il primo pensiero che arriva, mentre mi capacito della genialità spesso inconsapevole degli adolescenti, per aver allestito una sorta di isola della felicità in quel cortile, alla fine del primo giorno di scuola. Sento due impulsi, irresistibili. Siccome la visione ha avuto il potere di dissipare l’angoscia con cui oggi ho iniziato a lavorare, il primo è di scriverne subito. Il secondo è di scegliere questo miraggio come icona per la mia cartolina di “Buon inizio anno scolastico”. Perché davvero vorrei che il nuovo anno avesse una luce simile, una simile leggerezza. Quella leggerezza e quel colore che non hanno nulla a che vedere con la superficialità cafona, ma che si esprime soprattutto nel piacere di fare ciò che si ama, nel valore del viaggiare (e anche del sostare, quando è necessario). Che meraviglia.

23. dicembre 2017 by Elena
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Prosit

forse è il rosso nel bicchiere di plastica, mescolato al vuoto nella pancia e alle bollicine dell’acqua frizzante; forse è quel dito di nebbiolo che Aurelio mi versa mentre imploro no basta fatico a finirlo e intanto è già più di un dito sopra quello che mi resta. Fatto sta che la festa di Natale nel laboratorio della sede di Boves  – apparecchiato con tutto ciò che in tre mesi scarsi è scaturito dalle mani e dalle raspe dei nostri falegnami – mi esplode addosso in un crogiolo di colori persone colleghi in allegra mescolanza coi tavoloni di noce e di ciliegio assiepati intorno alle pareti. C’è odore di legno e lo sento ancora, nonostante l’assuefazione, nonostante quell’odore mi appartenga adesso come una traccia che annuso con familiarità. Ecco – penso mentre ho finito di parlare e di imbandire un discorso fatto di saluti e di auguri per tutti – ecco che forse ho dimenticato di dire a tutti di portarsi a casa un po’ di questo odore, di tenerselo un po’ per sé, gelosamente, fino a gennaio.

Poi penso a domani, quando entrerò in classe e ascolterò Florina che mi dirà prof ho dimenticato il libro oppure prof ho dimenticato il compito. Gino avrà gli occhi che luccicano perché da almeno un mese e mezzo sta facendo il conto alla rovescia e domani – come probabilmente mi ricorderà – è l’ultimo giorno di scuola prima della vacanza. E questa vacanza non so come ha già assunto dimensioni ciclopiche, sarà che tra il momento presente e il rientro prossimo venturo avremo nel frattempo cambiato l’anno, e dopo aver sbagliato un paio di volte nello scrivere la data annotando imperterriti il due anziché il tre, ci abitueremo al nuovo e questi giorni parranno antichissimi. Questa vacanza la aspetto anche io che mi sento sfibrata e decisamente poco sintonizzata rispetto al momento che vorrebbe farsi anche festoso.

Sorseggio e brindo a Cristian che anche domani sbraiterà il suo punto di vista senza alzare la mano e possibilmente mentre sta già parlando qualcun altro, fosse pure un insegnante.  Brindo al Natale e agli auguri che vorrei ancora scrivere ma che forse troverò il modo per evitare. Brindo alle parole che vorrei scoprire e che fluttuano annegandosi nel rosso amaranto del mio mezzo bicchiere. Vorrei trovare l’augurio perfetto, con le parole confezionate come si deve, con le virgole e i punti, con la citazione, con l’esclamazione finale che lascia di stucco. Vorrei dire ai miei fanciulli domattina:  godetevi le vacanze, godetevi il natale e che il nuovo anno vi porti gioia eccetera

in una caterva di luoghi comuni che sgorgano in mezzo al sorriso luccicoso e che si sciupano mentre vengono ribaditi, come uno straccio che si usa infinite volte.

Ma il solo augurio che mi viene in mente è quello di imbattersi in un anno di parole che sappiano farsi valere. Questo vorrei, finalmente. Un nuovo anno in cui, insieme a tante ovvietà che probabilmente accadrà di augurarci nelle migliori intenzioni, ci sia posto per parole che valgono  e che durano. Parole non dette così per dire e che poi i fatti, nella concretezza, ribaltano rendendole vane. Voglio un anno in cui la parola ha ancora un senso, un valore, una credibilità. In cui valga la parola data.  In cui si parla senza bisogno di promettere e poi di smentire.

Voglio parole vere di persone vere e questo auguro anche ai miei ragazzi.

Prosit

20. dicembre 2012 by Elena
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Succede

Non ci credo più. Che il tempo guarisca le ferite. Che la sequela dei secondi e dei minuti e delle ore possano depositarsi come una coperta sempre più spessa nel trascorrere dei giorni e delle settimane, come uno strato di neve che si indurisce finché ti ci puoi avvinghiare sopra con i ramponi. Il tempo è bizzarro e corre avanti e indietro, si arrotola e si rigenera come un’onda che ruota su se stessa prima di insabbiarsi, per poi sollevarsi ancora all’improvviso e infrangersi nella schiuma più feroce di prima.

Non mi basta il tempo, non mi bastano le ore né i giorni. La distanza non è sufficiente e il buco si sfalda, mi appassisce.

Eppure tutto scorre nell’apparente quotidianità; e gli alberi vibrano nei gialli di novembre; e il gessetto stride sulla lavagna mentre i termosifoni ribolliscono sotto i davanzali. Anche io mi sveglio stropicciandomi gli occhi esattamente come prima; mi alzo con indolenza precisamente come ventisette giorni fa, perché nulla è cambiato da allora e pensandoci forse sembrano trascorsi più di trent’anni. Ventisette giorni fa forse erano un’altra vita, erano un altro pianeta, quando non ero neppure nata. Ventisette giorni fa. Quando ancora ti annidavi in meno di un millimetro del mio corpo; quando avevi il peso di una forma disegnata senza rumore, in attesa di venire alla luce.

Quando hai scelto di scivolare senza suono fuori dallo spazio che ti avrebbe accolto, lo hai fatto con amore, ne sono certa, eppure questo per ora non mi consola. Lo hai fatto come un grumo di sangue che si coagula e ritorna a far parte del resto, di quel tempo che corre in avanti e torna indietro fagocitandoci in una giostra di stagioni. E a me non è rimasto che un grido strozzato in fondo alla gola, come un rantolo di tosse che raschia e non esce.  Che resta dov’è, accucciato come una zecca che mi succhia.

È rimasto un tempo che nel frattempo si è interposto da allora, senza porvi alcun rimedio. Anzi parole sguardi e immagini di quella notte sono sempre più lucide e le riascolto con estrema chiarezza, anche se c’è il tempo nel mezzo.  Se lei non mi avesse detto che era incinta io non lo crederei neppure, mi dice il medico e la voce esce da labbra ancora grigie per il sonno e lo scazzo di essere stata svegliata nel cuore di un turno di notte in un ambulatorio grigio del pronto soccorso al quinto piano. Grigiore intorno a me, sulle mattonelle, sulla carta allungata che si strappa mentre mi siedo sul lettino; luci opache; il gel gelido spalmato sulla pancia come marmellata trasparente e quel tono asciutto specialistico, che proviene dall’oltretomba, anch’esso grigio, quello che si conviene in circostanze simili.

Perché succede. Succede. La gravidanza e l’aborto non sono che il frutto di una statistica; sono chimica. Il mio caso rientra perfettamente nel venticinque per cento dei casi che normalmente eccetera eccetera

Ma il grigio nel frattempo è sceso dentro di me,  avviluppa e scolora.  Assorda la sua voce il suo grigio e il fluire

L’aborto succede.

Farsene davvero una ragione però è una faccenda che non so spiegare affatto

 

 

27. novembre 2012 by Elena
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Mentre fuori piove

Non è un semplice cappuccino. È la tazza rotonda di ceramica marrone con la maniglia arrotolata sul fianco, in cui la schiuma si allarga senza complimenti e appena sotto fuma il latte macchiato di caffè che accoglierebbe un intero croissant a pancia in giù. Da Mino il cappuccino non è un semplice cappuccino: è più vicino al caffèlatte delle scodelle celesti a pois nella cucina di San Pietro, nella penombra della mattina a casa di nonna più di trent’anni fa. Ha quel gusto lì, perché la tazza è grossa, perché il latte è ustionante; perché i tavoli in sala esibiscono l’irresistibile tovaglia a quadretti e le biove di pane accomodate nel cestino; perché annuso la rolla di noce sulle pareti e l’odore di rosmarino appena scesi i due gradini dietro l’ingresso con le tendine; perché trovo la campanella appesa alla ciniglia e le sfoglie di mele sul tovagliolo.

Fuori un temporale scrosciante che allaga l’asfalto; dentro il tepore uterino con il frusciare indolente delle pagine di un quotidiano. Fuori l’autunno ridondante nell’acqua che buca la terra; dentro il cicaleccio dei piatti, dei mestoli e dei bicchieri dietro una tenda rigata.

Una sosta da Mino è più che dovuta: una specie di richiamo istintivo, che forse trovandomi in quel di Mellana risveglia la casualità dell’essermici imbattuta mentre passavo. Così un po’ per accompagnare il mio lunedì  iniziato nella pioggia invadente, un po’ per sedimentare le idee condivise con Ilenia e con Franco a proposito di un lavoro a scuola, quasi in stato di trance mi ritrovo davanti al bancone a ordinare la mia colazione. Perché due ore fa, con il buio delle sei e la pioggia, con il sonno e con il freddo e di nuovo la pioggia, mi è stato possibile tristemente concedermi appena un bicchiere di tè tiepido giusto per non svenire in una pozzanghera. Perciò lo stomaco gorgheggia davanti a una schiuma di latte che quasi magicamente si assesta nella divina tazza marrone; Mino affiora dal bancone sporgendomi la crostata all’albicocca a cui ovviamente non ho saputo resistere.

E mentre fuori piove, mi finisco nella pasta frolla inzuppata abbassando le palpebre in stato di estasi: so che con una scusa qualsiasi potrei provare a barricarmi per altre sei ore in tanta beatitudine, piuttosto che arrancare sull’altipiano.

Poi sorseggio ustionandomi il palato; sorseggio e centellino la schiuma, cerco le briciole sul tovagliolo. Pago due euro e riascolto i rumori; esco nell’acqua che continua a cascare; esco a riprendermela sul cappuccio, nelle scarpe eccetera. Mi imbarco sulla vecchia Twingo, sono pure un po’ depressa.

Ma la musica adesso scroscia forte, più forte della pioggia

 

C.S.I. – Irata

04. settembre 2012 by Elena
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Manca solo il nome

Adesso manca solo il nome. Dopo una settimana di assestamento; dopo dieci giorni di flebo al tiglio per temperare l’ansia del pre-inizio scolastico; dopo il repentino mutamento climatico che forse più di ogni altro espediente mi ha buttata nell’efficienza autunnale, le rotelline hanno ripreso a girare e in una notte insonne di quest’ultimo fine settimana hanno finalmente formalizzato un progetto didattico per l’anno che sta per partire. Tutto merito di Andrea. Che mi ha indottrinata per bene coi suoi ragionamenti a proposito di sostenibilità portando a compimento i barlumi ancora informi a cui da tempo nella mia testa tentavo di dare un senso, mancando però della sostanza essenziale.

E  incredibile: trovato l’intento arrivano gli spunti, le integrazioni, i contributi; tutto incomincia a muoversi velocemente come un motore che riprende il suo giro.

Eccolo dunque: un nuovo progetto su cui lavorare, su cui sbuffare e affannarsi; un progetto didattico da proporre in aula nello scontento generale (già pregusto le lamentele e le opposizioni) e con il quale spalmare di un colore diverso le letture che sceglierò, le discussioni che affronteremo. Mi risuona nel cervello da questa mattina una frase di Alexander Langer ed è la frase che scrolla il campanello di avvio in questo lungo percorso che nasce formalmente proprio da oggi:

“Io credo che il messaggio di fondo della riconciliazione con la natura che noi oggi dobbiamo proporci e possiamo proporre, senza tema di essere smentiti, è sostanzialmente uno, cioè quello della vita più semplice”.

Sento la voglia di buttarmi a capofitto in questo progetto neonato ma ancora senza un nome, perché al di là dei contenuti, dei collegamenti e delle finalità, soltanto il nome ancora non ci convince e resta nel limbo, in attesa di essere scritto in grassetto sulla testata del documento.

Ma adesso siamo pronti e a un certo punto chissenefrega della pioggia.

03. settembre 2012 by Elena
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Tutto di un fiato

Neppure il cotone a fiori svolazzante come un vestito pre-maman mi garantisce la leggerezza di cui avrei bisogno. Neppure la temperatura frizzantina nell’aria tersa della mattina appena spuntata all’ingresso dei Giardini Fresia; neppure la schiuma del cappuccino di Livia, strabordante all’orlo della tazzina priva di croissant.

Invece. La scuola senza gli allievi è come un guscio di transatlantico che rimbomba a ogni vocale e io ci giro dentro come una sardina.

Annaspo sui gradini come una cariatide con un architrave sulla schiena. Lo stomaco arricciato preme sopra il diaframma in un insolito magone davvero difficile da camuffare.

Trattengo il respiro, come prima di un tuffo.

Si inizia così, come un salto a bomba in un calderone ribollente di date da memorizzare; in un martedì ventotto agosto tronfio di procedure da acquisire nel minor dispendio di tempo e di costi; si inizia nel vano e maldestro tentativo di sorridersi a vicenda, dietro fogli svolazzanti e calendari da concordare.

Appena fuori da questa stanza dalle pareti incolori fremono le bancarelle del mercato coperto, nel trionfo di peperoni e fiori di zucca, tra i ciuffi di basilico e le pance delle melanzane: anch’io ho goduto di tutta l’estate in un simile tripudio di solarità, bevendomi incantevoli occasioni di pienezza; bevendomi tutto, anche la noia nel caldo asfissiante che mi stremava orizzontale come se qualunque movimento di corpo o di nervi mi costasse catastrofiche trasudazioni. Bevendomi pagine, chinotti e pesche all’amaretto.

Appena dentro a questa stanza oggi inauguro l’autunno dei miei post-it appesi come una corolla intorno alla cornice del monitor, pronti a decollare al primo starnuto.

E in questo torpore che mi accoglie mentre varco la soglia del bugigattolo trovandovi subito odore di cantina, è facile sentirmi triste: come se fossero passati cento anni e io faticassi a riappropriarmi di un linguaggio. Magari bastasse un pulsante, magari bastasse premerlo per spegnere i residui dell’estate; per accendere una ripartenza virtuosa. Off. On.

Oggi si parte e la mia partenza ha la forma di una ghirlanda di carta che contiene la mia estate e che domattina appenderò alla finestra ribadendo a colori: oggi si parte.

Ma quasi per sbaglio, nel formicolio di questo inizio ancora grondante di agosto, ho ripreso anche a scrivere e a piegare. E quasi per sbaglio così arriva anche, leggera come una formica, la voglia di buttarsi in pista e farci pure un gran ballo almeno fino alla fine del prossimo giugno, tutto di un fiato.

 

 

28. agosto 2012 by Elena
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Adesso che avrei il tempo

Adesso che avrei il tempo. Adesso che potrei trascorrerci le ore adesso che potrei affogarmi sulla tastiera; adesso che potrei scegliere con calma e ponderazione le parole e cucirle ritagliando riposata. Pur sapendo che tra sedici giorni rimpiangerò amaramente l’indolenza in cui fluttuo con un certo compiacimento

pur sforzandomi non riesco a scrivere minimamente decentemente. Mancano i concetti mancano i soggetti o forse molto più onestamente e detto con estrema franchezza: è che mi perdo in balia delle ore a disposizione, del sole che cuoce e della frescura che invoglia soltanto una sana catalessi verticale sotto a una lieve corrente dall’anta socchiusa, appena a tenere lontano le mosche o qualsivoglia insetto volante che non siano farfalle o falene notturne.  Neppure i cumulonembi che rotolano vibrando le foglie del caprifoglio; neppure quella canzone di cui mi ero quasi dimenticata; non valgono neppure le idee che di tanto in tanto arrivano un po’ prima di andare a dormire e mi dico ecco questo potrei scriverlo e certo magari domani

magari domani

magari domani

 

Forse,

quando rientrerò nel bugigattolo e avrò perso due chili in tre ore per l’ansia dell’inizio e sapendo tutto quello mi aspetta tra affanni e scadenze e accoglienze e instabilità di vario genere; quando i solchi intorno alla bocca diventeranno duri come il cuoio e mi sforzerò di riderne inutilmente;

allora mi maledirò pensando a quei giorni pigri in cui non avevo che da scrivere; in cui non avevo che da scegliere una canzone; in cui invece sceglievo di dire magari domani.

Ecco però

pur sapendolo fin d’ora, pur avendocela ben chiara la conseguenza dell’indolenza

ecco però in fondo è così bello poter cedere al cazzeggio

 

e che cavolo

 

Marlene Kuntz – Lieve

12. agosto 2012 by Elena
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Pensando a lattuga e germogli

Alla fine ho ceduto: sarà stata la luna in fase appena calante in una sera piena di grilli. Ieri mi sono arresa al richiamo ancestrale così docilmente che manco avrei immaginato. Spudoratamente e quasi con orgoglio ho capitolato all’odore che si infila dritto su per le narici e fila al cervello come un proiettile.

Quattro mesi valgono pure  la bellezza di circa centoventi giorni. Centoventi giorni di astensione e rigore; di serena compiutezza e auto gratificazione nel dirsi ce la posso fare. Ce la posso fare a guardare le mucche e le pecore e i vitelli e i maiali grufolanti dicendo in cuor mio amici miei ho smesso di mangiarvi. Posso guardarvi con tenerezza  priva di ipocrisia perché nel mio piatto ormai ospito da centoventi giorni esclusivamente proteine di origine vegetale e una caterva di dolciumi tappa inquietudini. Rinunciando non senza qualche sacrificio anche alle perle della mia trascorsa vita da carnivora: il vitello tonnato e la cotoletta alla milanese. Ma la scelta mi è parsa fin da subito saggia e doverosa, in nome innanzitutto di ciò che oserei definire un principio di non violenza eccetera

però alla fine ho ceduto.

Quattro mesi di dieta vegetariana azzerati in un Amen da un odore che fuma sollevandosi dai tendoni, tra i meli, l’erba recisa e la musica sgangherata; tra cosce scosciate, braccia sbracciate e birre alla spina servite spumose nei bicchieri di plastica.

È stato una sorta di istinto primordiale. È stato il risveglio dello spirito bestiale assetato di ferro grondante e di grasso colante dalle griglie. Covava dentro, sotto la canottiera, sotto gli strati di pelle e l’ombelico; sotto nelle profondità addominali in cui poltriva da centoventi giorni senza darsi per vinto il maledetto. È bastato quel profumo di carne alla brace a entrarmi nella fossa cranica posteriore solleticando il primitivo cervello rettiliano, ed è stata subito una sete più che una fame. C’era la luna in fase appena calante e a un certo punto è sparita; c’erano i grilli e stridevano forti come se urlassero dallo spavento e a un certo punto sono morti anche loro nel buio e in quell’odore. C’era solo una voglia irrequieta di avventarmi e possedere quell’odore di carne arrostita prima ancora di quella carne; di rotolarmici come un lupo con occhi iniettati di rosso e sentirmelo addosso dal capo alla coda quell’odore di carne e di ferro e di muscoli rosolati sul fuoco. Di addentarvi i canini e strappare la polpa trangugiandola a morsi dalle ossa come una belva, sollevando la gola e piantando le unghie nella terra; ringhiando di pura soddisfazione.

Strano. Adesso pensando a lattuga e germogli provo una certa repulsione viscerale.

05. agosto 2012 by Elena
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Dopo sette giorni

Non i cespugli di ginepro frustati dal vento; non la laguna di Grado, con le sue frange di sabbia solcate da folaghe e aironi; non l’Isonzo con le sponde di ghiaia. Non porto a casa dal mio vagabondaggio per la landa carsica neppure le vigne di Cividale, neppure il molo di Trieste e l’odore di mare mitteleuropeo sull’intera Piazza Unità d’Italia, su fino in cima alla salita che porta a San Giusto.

Ho scovato il mio ricordo ad Aquileia. Ben oltre il Battistero ottagonale, ben oltre i mosaici pavimentali della Basilica, in cui vibrano mirabili pesci e pavoni sfavillanti e simbologie paleocristiane; ancora oltre le rovine del porto fluviale degli antichi romani, accanto ai giunchi e alle anatre selvatiche.

Ho scovato il mio ricordo alla fine del viale dei cipressi, oltre un cancello minuscolo cigolante, come si conviene all’ingresso di ogni cimitero che si rispetti.

Il mio ricordo, il ricordo che dopo sette giorni mi porto dalla landa carsica, dalle pietre e dai cippi, dai cimeli e dai versi di Giuseppe Ungaretti di cui si impregnano anche le doline e l’arenaria, il mio ricordo sono le duecento croci di metallo, allineate e sottili come corpi verticali schierati in battaglia in mezzo all’erba finissima e rada; intervallate dai dossi delle sepolture, dalle statue e dalle lapidi altisonanti in caratteri di bronzo. Duecento croci in ferro battuto e ognuna un tondo nel centro con un nome e una data un nome e una data un nome e una data per duecento volte e forse ancora altre. La data è più o meno sempre la stessa: a volte luglio, a volte agosto oppure settembre, 1916. Nel centro del tondo incorniciato da foglie di lauro e di quercia: Dulce et decorum est pro patria mori.  Ma che morire per la patria sia dolce e decoroso devono dirlo quei corpi sotterrati a vent’anni. Devono giurarlo i soldati coricati sotto quelle croci e dal cui sacrificio all’inizio della Grande Guerra ci separano ormai quasi un secolo e una Seconda Guerra.

Il mio ricordo sono quelle croci verticali, quel silenzio frusciante odoroso di cipresso. E un gattino che si sporge con enormi occhi verdi, dietro una pietra anch’essa verde, tra una ciotola di acqua stantia e una vaschetta di whiskas al manzo leccata con dedizione. Forse l’unico, quel gattino, a trarre un utile dalla frescura delle lapidi, dalle morti schierate da cent’anni, da chi ancora vivo vi passeggia a volte inconsapevole, facendovi crepitare la ghiaia, impietosendosi più per lui che per loro.

Dulce et decorum est pro patria mori. Incomprensibile come la lingua in cui è scritto.

 

02. agosto 2012 by Elena
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Sette giorni

Nella pancia dello zaino ho posato il libro che viaggerà con me e che io riporterò a casa senza leggerne neppure una riga; nella tasca interna il taccuino che resterà intonso; nel borsone stipato di vestiti che non indosserò c’è stato anche l’incenso; i wafer al cioccolato a cui per ora ho rinunciato, probabilmente me li comprerò senza remore al primo autogrill.

Fra tre ore mi sveglio e parto. Parto e mi disconnetto da internet, dai gatti sotto la finestra, da qualsivoglia forma di piegatura della carta:  parto con il Darshan in mezzo alle canottiere, con un taccuino frusciante di pagine immacolate; parto con un libro che non aprirò ma che a modo suo mi farà compagnia.

Bighellonerò fino all’altra sponda di questa Italia del Nord e mi crogiolerò sull’altipiano carsico per sette giorni.

Inspiro espiro inspiro espiro e così via

Certo farò anche il pieno di cose da raccontare

 

Q Lazzarus – Goodbye Horses

 

 

 

24. luglio 2012 by Elena
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