Racconto un po’ vero un po’ inventato n. 3 – Dies Irae

Ricordo bene solo due varianti della capigliatura di Jader: capelli incolti, oleosi e sfibrati, a volte raccolti in una ciocca simile alla coda di una donnola; oppure rasati, neri come peli della barba, ed era la versione che preferivo, perché gli dava una parvenza di pulizia. Siccome mi accadeva di incontrarlo un paio di volte all’anno, potevo ammirarlo in entrambe le forme.
Quello che invece non cambiava era il suo modo di dimenarsi come una marionetta: i pantaloni cascavano sotto la vita; le gambe rovistavano la stoffa come bastoni secchi.
Lo vidi all’inizio di giugno: era sbucato dai giardini di Madonna dei Boschi, agitava le braccia e filava verso di me. Ignoro da quanto tempo non lo vedessi, forse quattro o cinque mesi, eppure la prima cosa che mi domandò fu se avevo ancora visto Cosimo.
“Si fa vedere poco, ultimamente. Ma è sempre lo stesso. Sempre un duro, il nostro Cosimo”. Sorrisi. Entrambi pensavamo agli anni in cui giocavamo insieme, quando eravamo ragazzini.
“Ti ricordi quell’estate…Il giorno dell’ira..” incominciò; e rise forte.
“Come no, come no…”
Non servivano spiegazioni: nel rievocare quei momenti si cadeva sempre sui soliti episodi, era il nostro rito.
“Quanti anni avevamo? dieci, dodici?…” mi guardava in cerca di collaborazione.
Non gli diedi corda. “Bei tempi,” tagliai in un sibilo e colsi la sua delusione. Avanzai cauto, lasciando scivolare la mano che mi aveva appoggiato sulla spalla, “Bei tempi,” ribadivo allontanandomi, come a blandirlo.
“Ci vediamo” replicò asciutto e mi lasciò.
Voltandomi intravidi ancora i polpacci di ossa e le scapole aguzze ondeggiare sotto la camicia rosso ruggine.

Ma le immagini adesso guizzavano: era l’estate del 1979.
Jader ed io avevamo dieci anni, Cosimo ne aveva tredici ed era il capobanda, poi c’era Daniele, il fratello di Cosimo, otto anni, una palla sgonfia che piangeva in continuazione.
Trascorrevamo i pomeriggi saettando sulle nostre biciclette; salivamo a rifugiarci sulla collina di Sant’Antonio; Cosimo portava le sigarette e le faceva sgusciare dal pacchetto con un movimento delle dita che ognuno di noi desiderava ripetere con la stessa agilità.  Ci accucciavamo  vicino agli aceri; il ronzio delle api presto ci imbambolava.
Quel pomeriggio però il caldo ci aveva incollato al cortile di casa mia. In riva allo stagno Jader ed io fissavamo le anatre che galleggiavano come minuscole boe; le zanzare formicolavano in una nuvola sulla superficie dell’acqua.
Arrotolato nella polvere, Cosimo strappava le zampe alle cavallette: la sua domanda perciò era cascata senza che la cogliessimo. Allora gridò, ritto e indignato, in un comando che non avrebbe ammesso repliche: “Andiamo a casa mia!”. Nella cantina, a suo dire, esisteva una catasta di giornalini pornografici: solo alcuni giorni prima aveva intravisto proprio il fratello maggiore intrufolarvisi dentro come una faina e rovistare famelico dietro i barattoli delle conserve. I suoi occhi, neri come mirtilli, ci fissavano sotto ciuffi rossi appiccicati alla fronte.
La ghiaia ci annunciò crepitando, ma la canicola ci favorì; i cani abbaiavano dietro cancelli arroventati, mentre l’ansimare delle nostre pedalate assordava il fruscio del naviglio.
Daniele, mollato in cortile, prese a lagnarsi meritandosi un ceffone; gli raccontammo poi che il nostro obiettivo era scovare il pallone che la madre di Cosimo aveva nascosto, perciò, se fosse rimasto a fare la vedetta, si sarebbe guadagnato la nostra riconoscenza. Daniele si arrese sotto al portico, attento a cogliere qualsiasi movimento che avrebbe potuto mandare tutto alla malora.
Noi scomparimmo come serpi sotto ai sassi.

La scalinata scivolava nella penombra; la foga con cui ci eravamo slanciati batté contro una parete di umido che ci stordì; dal garage la pulsazione di un vecchio orologio assordava i ragni.
Cosimo ci precedeva ansimante e schiuse una porta che gemette sui cardini: un odore di muffa mi scese in gola; aria gelida mi sfiorava la pelle, come una bava.
Cosimo si scagliò a frugare sugli scaffali;  ancora fiacchi nel buio della cantina, Jader ed io stavamo schiacciati al muro. Jader mi sfiorò la mano, che ritrassi come se avessi toccato un verme. Un tremore che non conoscevo montava dallo stomaco e la smania di essere altrove nel sole mi prese come un fremito. Poi Cosimo strillò: aveva a terra fascicoli smembrati, fogli sfasciati a ventaglio che svelavano immagini e corpi nudi lucidi, bocche e capelli sciolti, e piedi e ginocchia divaricati.  Gli fummo sopra come cani sulla ciotola zeppa.

L’immagine mi colpì subito: una donna. Una donna con cosce candide aperte, e carne rossa sbocciata come una pianta grassa; poi un braccio; poi una mano; una mano di argilla grigia che impugna una forchetta e la forchetta che tocca la pianta grassa e la buca coi denti.
Perché una forchetta? Vociai da solo senza accorgermene: Jader e Cosimo corsero alle mie spalle e mi coprirono di una risata grassa. Ancora però non capivo e mi sentii furibondo, voltandomi colpii Jader che rotolò a terra sghignazzando e  “Che c’entra?” ripetevo e non comprendevo lo stupore divertito con cui invece loro due mi osservavano. Qualcuno blaterò che avremmo dovuto cercare una femmina e chiederle spiegazioni. Poi ancora risate su di me; ma i miei occhi velati di sabbia intravedevano solo tavole apparecchiate, stoviglie e posate metalliche e corpi di donne di pane e di latte. Un flusso di calore mi ferì tra le gambe, colmò l’intestino, i polmoni, la fronte, poi arrivò alla bocca e ne sgorgò un riso sfinito.
Fu allora, credo, che Jader propose di cercare mia cugina.

Quando approdammo nel cortile la vertigine era passata e, non appena intravidi Antonella seduta su un gradino, avanzai svelto. Aveva la mia età e un cervello simile a un uovo di quaglia; viveva cucita ai canovacci. La sagoma gigantesca di sua madre, che vigilava senza requie attraverso l’uscio,  faceva tremare la stoffa della tenda fradicia di orina di gatti.
“Che avete fatto?”  dovevo essere madido e pallido, perché mi osservava con sospetto attraverso occhietti grigio verde stretti come crepe. Ignorai la domanda.
“Dobbiamo chiederti una cosa” aveva avanzato Jader e ci stringevamo verso di lei, come a chiuderla: si ritrasse e la serrai ancora.
“Perché si tocca con la forchetta?” e mi indicavo tra le gambe. Poi, siccome Antonella non afferrava, mi irritai; mi toccai vistosamente e sbraitai: “Qui! Qui! Perché vi toccate con la forchetta?” Antonella  prese a stridere come se le avessi teso uno spago intorno al collo: “Ma che avete? Chiamo mia madre!”  le gote arrossate strozzavano gli occhi.
Marietta  scoperchiò l’ingresso e fu tra noi. Mi si rivolse in dialetto, scrutandomi con ferocia, mi domandava sputando tra denti dove avessi scovato simili vergogne. Jader indietreggiava alle mie spalle.
“E’ stato Cosimo! – mi sentii guaire – È stato Cosimo! È suo fratello! Ho visto i giornalini a casa di Cosimo!” la voce era un pugno di aghi cacciato in gola; non guardai Cosimo e lui non parlò.
Marietta sbiadì. Gorgogliava nomi di santi e beati, con le mani giunte sugli occhi spergiurando che mia madre mi avrebbe aggiustato:  raccolsi una manciata di sabbia e la gettai in faccia a mia cugina, poi mi precipitai in mezzo al cortile, vociando di forchette e di cosce di ricotta.
Le vene tonde sotto le sopracciglia pulsavano bollenti. Vidi Marietta sgambettare al cancello per cercare mia madre; vidi mia cugina che frignava strigliandosi i ricci: Jader le fu addosso buttandola sulla ghiaia: l’urto strepitò e Cosimo allungò una pedata feroce che la colpì al fianco.  Uno strillo risalì la strada; pesanti sul marciapiede risuonavano i tacchi di mia madre.
Allora corremmo nella stalla e ci appiattimmo dietro la gabbia dei conigli.

Un bagliore si schiantava nella sagoma del portico, ma il tepore del fieno attutiva anche il nostro affanno. Placai il respiro, il sangue vibrava ancora nelle tempie. Poi il profilo di mia madre comparve nero come ritagliato sullo sfondo accecante  e si guardava intorno.
Mi serrai a Cosimo. Jader gemeva oscillando, con la testa tra le ginocchia. Un fruscio metallico dietro la schiena ci gelò e quando sfiorai con il gomito un manico di legno che tremolò al mio fianco, sollevai gli occhi. Scorsi allora il forcone enorme di mio padre, con  lunghi denti lucenti e curvi sulla mia testa.
Incominciai a ridere forte, ma con un verso nervoso, che venne fuori come una pisciata.

E mia madre ci trovò.

16. maggio 2012 by Elena
Categories: Le mie 1000grudicarta | Tags: , | 1 comment

One Comment

  1. Un altro racconto un po’ vero e un po’ inventato, illustrato ad acquerello dalla mia amica Monica Lerda.

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