Gita a Torino

Andrea ama Torino e me lo dice apertamente ancora una volta: cerca quell’osteria di Alfredo, in cui andava ai tempi dell’Università, e che improvvisamente sbuca poco lontano da Palazzo Nuovo, in una di quelle stradine su cui si allineano solo i balconi e le copisterie. Andrea è felice e mi parla di quanto spesso si trovassero, da studenti, seduti a quei tavoli: il locale è rimasto lo stesso: stesse volte a botte, stessi pancacci, stesso proprietario che perfino lo riconosce e smette di lavare i vetri. Ascolto e sento la mia differenza, la distanza che la mia compagnia, in questa pausa di pranzo tra mezzogiorno e l’una meno dieci, pesa rispetto a quelle chiacchierate, alle suonate di chitarra, ai laboratori di politica. Perché a me invece Torino non piace per le ragioni che non ho voglia di ricordare e non è neppure il mezzo bicchiere di vino rosso a cambiare le cose, a rendermela meno opprimente; neppure il caldo abbagliante, neppure il cin cin alla nostra. Ma quando è ora di rientrare in Piazza Cavour, c’è soltanto il tempo per arrivare in orario, per richiamare tutti i ragazzi, radunare i gruppi e iniziare la visita del Museo delle scienze.

A impressionarmi davvero sono le dimensioni dell’alce, che sul piedistallo appare ancora più mastodontico, con quei palchi enormi allargati sopra la testa come i rami di una quercia. Poi una quantità di piccoli rapaci notturni; leoni e leonesse; il condor dal collo spelacchiato; il mandrillo e altre scimmie minuscole; armadilli e ornitorinchi; un caimano e un orso polare che si sporge da un finto blocco di ghiaccio: il museo delle scienze di Torino ci svela innanzitutto una collezione sconfinata di animali imbalsamati e mi sento sempre più a disagio mentre attraverso le bacheche e dagli scaffali mi colano addosso sguardi a forma di bottoni di vetro; mentre annuso l’odore delle pellicce cucite a regola d’arte sulle impalcature di legno o di gesso.
Un enorme scheletro incombe come il relitto di un brontosauro: c’è una fila di vertebre che curvano in una coda smisurata e risalgono lungo la spina dorsale, sopra una cassa toracica larga quanto il vagone di un treno: è la carcassa di una balenottera e satura il centro della sala che pure fino al soffitto è rivestita di ripiani, di etichette, di altri pennuti, corna, stambecchi, volpi e pantere. Così, mentre mi aggiro e osservo le forme perfettamente ricreate di centinaia di animali, dal rinoceronte alla faina; dall’ippopotamo con le fauci spalancate, ai conigli selvatici, al barbagianni, al cobra egiziano; dal puma alla fitta schiera di ragni inforcati – che l’etichetta specifica essere diffusi in Piemonte, causandomi un’istantanea forma di orticaria – ho la sensazione che oltre agli inestimabili capolavori di Pietro Piffetti intarsiati con avorio e tartaruga, oltre alle argenterie, alle lacche veneziane e alle chinoiseries che stamattina abbiamo ammirato alla Fondazione Accorsi-Ometto, stasera mi porto a casa soprattutto quei corpi mummificati; le sagome schierate di esseri che in vita, liberi nel loro ambiente naturale, magari non avrò la possibilità di neppure intravedere, ma che trovare qui imbalsamati in fondo intristisce.
Forse per questo torno alla domanda che mi ha posto Simona oggi pomeriggio: “Prof ma quand’è che uno è proprio un amico?” e che intimamente mi mette in difficoltà, mi fa vacillare. Perché non sono in grado di dare una definizione da manuale scientifico dell’amicizia, e brancolo cercando perifrasi ed esempi.  Solo più tardi ripenso alla mia pausa di pranzo; alla saletta vuota che si riempie del mio silenzio; al mezzo bicchiere davanti al tovagliolo, ad Andrea.

Solo dopo mi accorgo che forse l’amicizia è semplicemente questo ricevere un silenzio senza interrogarlo; è anche questo ascolto sottointeso e pieno di rispetto. E, come spesso mi accade, la risposta più sensata arriva quando ormai è troppo tardi, quando serve solo a me. Ma mi consola lo stesso.

25. maggio 2012 by Elena
Categories: Le mie 1000grudicarta | Tags: , | Leave a comment

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