De mutandis

A sfondo fucsia con le banane. Bianche a pois neri, con le coccinelle. Con i pesci rossi. Modello retrò virate seppia; con un volto di donna, un po’ in stile Chagall. Alla fine era diventato un rituale: “Joshua, per carità, tirati su quei pantaloni che tra un po’ ti scendono alle caviglie” . “Joshua è proprio obbligatorio che ci si debba sorbire le tue natiche fin dalle otto del mattino?” “Ma come fai a camminare con la cinghia tirata all’altezza delle ginocchia? Tirati su quei pantaloni”.
Joshua non è stato né l’unico, né il primo, né – sfortunatamente – sarà l’ultimo devoto alla moda del cavallo basso, dei jeans a penzoloni, degli slip rimboccati sopra la cintura; ma le sue mutande  resteranno inequivocabilmente nella storia della nostra scuola. Ammettiamolo, mettevano anche un briciolo di allegria, con quelle fantasie strampalate che strabordavano sdrammatizzando, senza mai essere davvero volgari. Era tutto iniziato con una battuta, tre anni fa, quando al settimo mese di gravidanza mi apprestavo a concludere l’anno scolastico prima di congedarmi per la maternità: “Joshua finirà che a casa mi mancheranno le tue mutande. Dovresti farmene un poster, così potrò usarlo per insegnare i colori a mia figlia”. Parole buttate lì, che si perdono in mezzo a tutto il resto e che passano, insieme ai mesi che intanto sono trascorsi da allora, insieme al terzo anno di scuola con cui, a giorni, si concluderà anche il suo percorso triennale.
Ho speso le mie ultime due ore di lezione con i terzini proprio ieri mattina, trovandovi ancora le classiche calcificate dinamiche; incontrando la stanchezza e la freschezza di un gruppo di allievi scalmanati ma generosissimi e che fino all’ultimo hanno rotto le scatole, si sono distratti, hanno tentato di brancolare sui vetri; mi hanno comunque gratificata. Luca è venuto subito a chiedermi se mi fossi informata per quello specchietto che accidentalmente ha colpito con il pallone lo scorso pomeriggio: perché desidera rimborsarmelo, mi dice di nuovo quanto sia dispiaciuto, che non avrebbe mai voluto. E io invece mi sento improvvisamente come la old-Twingo da riparare, graffiata su tutti gli spigoli, vecchia di cent’anni, con i fianchi ammaccati, le gomme consumate che fischiano a ogni curva  e lo specchietto laterale penzolante a ciondoloni da un lato, come la lingua di un cane. Andrea nasconde dietro al portapenne le palline di carta e perde il filo della lettura; Michela ha un fiore giallo tra i capelli. Ettore sorride sotto i suoi dreadlocks sempre più lunghi, sempre più annodati; Gabriele è convinto che Luca sia in competizione con lui per i voti e ne ride anche un po’, perché ha concluso l’anno con la migliore verifica di italiano di tutta la classe, di tutti i suoi tre anni.
Siamo alla fine, c’è sopra di noi un’aria di estate e di calore; anche tra le montagne sembra che in questo sole finalmente corra l’odore delle conchiglie e della salsedine. Abbiamo finito ragazzi, tra una settimana sarete fuori da qui, a cercarvi la vostra parte nel mondo, nel lavoro, nel legno. L’esame andrà bene a tutti, in cuor mio lo so, perché in classe sarete pure dei lavativi, ma in laboratorio -  vi conosco maledetti, quanto vi conosco – lavorereste instancabili come dei caterpillar senza alzare il naso dalla squadratrice. Invece il mio lavoro quest’anno mi è parso così povero, ragazzi, non sono sicura di lasciarvi davvero qualcosa. Ripercorro velocemente il senso che avevo voluto dare al mio percorso, alle mie scelte didattiche  letture, approfondimenti: magari ci tornerete, chissà, tra un anno, tre anni. Ma loro sono lì e scalpitano, perché è mezzogiorno e un quarto, perché c’è il pullman da rincorrere, perché è venerdì e domani è sabato; perché tutto il resto non ha, in questo preciso momento presente, il solo che conti,  nessuna importanza.

Poi però arriva Joshua. Ha un sacchetto di stoffa e me lo sporge: “Tenga prof, gliel’ho fatto, ma non osavo darglielo..è per lei, è per la sua bimba”.
Una maglietta di cotone bianca, con i cuoricini sul colletto. Una foto stampata sul davanti: una ruota di mutande, a fondo fucsia con le banane; con i pesci rossi; con le coccinelle; c’è anche il modello scolorito, con la spirale arcobaleno. E  in quella ruota allegra mi lascio girare come in una danza interiore; mi sento felice dentro, dentro a quel colore che contiene me, quella classe e lui, Joshua; dentro questo gesto che trovo bellissimo e che alla fine, allegramente, mi ripara.

 

 

26. maggio 2012 by Elena
Categories: Le mie 1000grudicarta | Tags: , | Leave a comment

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