Bisogna saperlo perdere

Un mio carissimo amico alcuni giorni fa, mentre si discuteva di stanchezza mentale, di scadenze da inseguire e di obblighi da adempiere, ha pronunciato una provocazione rispetto al tempo: il tempo che è sempre così avaro, così magro, così tiranno non merita troppi corteggiamenti. Tempus fugit, il tempo fugge e il presente è già svanito negli affanni degli inseguimenti, nei doveri, nelle circostanze e nelle congiunture. Il tempo però, mi dice questo mio amico, bisogna anche saperlo perdere. Non solo corrergli dietro, non solo fargli il filo, non solo arrancare e sudare con la giugulare gonfia al centro della gola, ma anche permettersi di lasciarlo scappare, come una corrente che in fondo fluisce lo stesso senza troppe cerimonie e si rigenera da una sorgente che non è dato conoscere.
Perché poi il tempo da dove ha iniziato a muoversi, a rotolare intorno al cerchio delle ore, dei minuti e dei secondi? Da dove è scaturito il primo fiotto di tempo e prima di quello starnuto che cosa pulsava senza lo scoccare del tempo? Inconsapevolmente ponendomi questi perché esistenziali sono già imbrigliata nella truffa di ogni perdita di tempo: nel filosofeggiamento che gira su se stesso come una zanzara e produce soltanto altri mumble mumble. Perciò sedotta dalla lusinga dell’indugio, continuo a dondolarmi godendomi lo scialo dei minuti, che scivolano uno a uno nel collo del mio tempo, mentre inforco uno sbadiglio dietro all’altro, mentre mescolo un pensiero sopra l’altro, come le carte di un solitario a cui non ho più voglia di giocare.
Perdere tempo è anche sentirsi sazi del tempo che si ha ma senza averne nausea, succhiandoselo con indolenza come un torsolo di melograno; standoci dentro ben piantati come la radice della malva nella terra. Perdere tempo forse è annidarsi in una piega della giornata per fare qualcosa che non è affatto necessario ma che piace; qualcosa semplicemente che  ha un significato recondito per cui è importante darvi uno spazio.

C’erano sessanta pezzi di carta in una scatola, che attendevano ripiegati da dicembre e che da alcuni giorni avevo pigramente iniziato a incollare per farne dei petali. Solo oggi pomeriggio però, ripensando a quel discorso con Andrea, ho scelto di dedicare il mio tempo al completamento dei fiori: ho trascurato tutte le faccende domestiche che sarebbero state più indispensabili, più inderogabili – dai piatti alla lavatrice, dalle verdure da sciacquare all’aspirapolvere, dallo stiro ai pavimenti da lustrare, fino a Tea che miseramente ha subito la mia indolenza e se n’è stata spalmata sul parquet, per solidarietà – ho dunque volutamente abdicato ai miei tempi calcolati, alle incombenze misurate, per fare qualcosa di assolutamente inutile. Ho incollato dodici fiori di ciliegio, ricavati dai quadrati di carta piegati da un gruppo di miei allievi ormai cinque mesi fa, l’ultimo giorno prima delle scorse vacanze di Natale, e all’interno dei quali ciascuno aveva scritto un proprio ricordo: il più bello dell’anno che stava per finire.
Tempo ricordato; tempo scritto, catturato dentro un foglio che si piega in quattro a croce, che prende la forma prima di un petalo e poi – unito ad altri petali con altri ricordi, altri tempi richiamati nella scrittura e imprigionati in un cono di carta giapponese – prende la forma di un fiore; tempo rievocato e toccato tra le mie mani, mentre incollo e assemblo e ri-ascolto la bellezza che ognuno aveva segretamente portato con sé (“aver conosciuto la mia ragazza”; “i miei amici”; “il mio nome che scrivo in stampatello”); tempo “perduto” a formare dodici fiori che, quando lo vorrò, unirò ancora un’ultima volta per dar loro la forma del Kusudama: la forma sferica di un anno scolastico che sta per compiersi come un cerchio girato in punta di pennello, come la rotondità del tempo che forse non svanisce semplicemente in corsa come una locomotiva, ma che soprattutto si riempie arricchendomi e si rigenera rigenerandomi, nella dedizione che scelgo di donarvi, spendendovi quel respiro che basta a fermarmi, a ricordarmi qualcosa di bello in cui perdermi e da cui ripartire.

 

 

29. maggio 2012 by Elena
Categories: Le mie 1000grudicarta | Tags: , , | Leave a comment

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