La lettera che non vi ho scritto

Mancano dieci ore alla fine della scuola ma con italiano finiamo oggi. Finiamo questa mattina, con queste prime due ore del venerdì; con questo bel sole che picchia sui vetri, che surriscalda l’aria dell’aula già alle otto e trenta, rendendoci ancora più sonnolenti. C’è aria di chiusura, c’è voglia di dire basta, siamo alla fine, è l’ultima volta. Invece io ho ancora bisogno didatticamente di cucire tutti gli orli rimasti slabbrati e sventolo la scheda con un elenco di libri per le vacanze, perché leggere – ma questo non più ho voglia di spiegarvelo cari secondini, in questo preciso momento, in questa zona di margine della mia ultima lezione – è un atto di libertà interiore, con cui si cresce e si viaggia, come nella vita.

C’è un discorso di saluto che sento salirmi dentro e che alla fine rotola fuori, perché sono sfinita e felice dopo un anno di lavoro condiviso tra queste quattro pareti un po’ lerce, in mezzo ai poster con gli spigoli arricciati e l’origami a forma di pipistrello a farci la guardia sopra la lavagna.

Sono sfinita e felice perché sono stati mesi arricchenti in cui ho sentito crescere in me, come una pancia in gravidanza, la voglia di sperimentare e di condividere ciò che amo, invitando le persone che ci hanno fatto compagnia durante l’anno – René Mattalia, Franca Formento, Renzo Dutto – ; collaborando con i percorsi di educazione sessuale e di informazione sulle droghe con i professionisti che sono entrati in aula e con quali ci siamo messi in gioco;  coltivando un progetto didattico sulla Pace che si è concluso in un gioioso 24 aprile al Parco della Resistenza, in quel pomeriggio pieno di vento.

Questa ragazzi miei è la lettera che non vi ho scritto in tempo. È la lettera che non vi ho letto perché la scrivo solo ora, nella calma e nella lucidità che mi è più semplice recuperare lontano dalla cattedra, nello spazio raccolto del mio bugigattolo, quando mi sento distante dalla formalità, dal ruolo e dalle dinamiche di classe. È la lettera che non leggerete e che forse per questo posso scrivervi senza inibizioni, dicendovi la mia gratitudine. Perché nella fatica, negli scivolamenti e nelle difficoltà che normalmente arrivano, che magari feriscono, che sfiniscono e pesano addosso come una condanna, ho fiducia che tutto arricchisca, che tutto ci porti un insegnamento, che quindi tutto prima o poi ci guarisca.

Voglio dirvi quanto sono felice di aver letto insieme a voi, di aver commentato insieme a voi, di aver scritto e di aver piegato i nostri origami, fino alla fine. Sono sfinita nelle arrabbiature e negli scoramenti che adesso posso guardare sorridendone; che adesso posso guardare con nostalgia. Sono sfinita anche nella mia ultima lezione di italiano in cui vorrei dirvi di più, spiegarvi meglio, parlarvi con più passione. In cui vorrei salutarvi dicendovi anche tutto questo, ma c’è un senso di stordimento che mi rallenta come se camminassi nell’acqua, come se queste parole fossero bolle che salgono in superficie per dissolversi nell’estate.

Questa ragazzi miei è la lettera che non vi ho scritto  e che forse non leggerete. Ma in questi mesi che ci separano dal prossimo autunno (e l’estate è davvero un oceano che si versa tra la chiusura di oggi e la partenza di settembre) posso augurarmi che qualcosa delle mie parole, che scrivo e che butto nell’etere, vi arrivi comunque, con la leggerezza dei batuffoli di polline che volteggiano in questi giorni. Che insieme al poco che didatticamente forse è restato di un anno condiviso, vi portino almeno l’amore che ho messo nel seminare e nell’accudire.

 

 

 

 

 

01. giugno 2012 by Elena
Categories: Le mie 1000grudicarta | Tags: , , | Leave a comment

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