Arrivederci terzini

Ettore con la giacca, la camicia a righe e la criniera di dreadlocks raccolta con un elastico è un vero figurino. Anche Thomas dimostra qualche anno in più e sulla spalla ingiaccata di blu solo la lunga ciocca bionda annodata scivola come una coda di note musicali. Moreno indossa la cravatta e lo si vede da lontano col camiciotto chiaro in cui sembra ancora più alto, anche senza gli anfibi, anche senza la cresta punkettara. Pare che qualcuno non abbia goduto di sogni d’oro nelle scorse notti; pare che l’aria da esame finale alla fine sia scesa come la lama di una ghigliottina facendosi sentire tra i nostri terzini, in tutta quella formalità che è benvenuta in una circostanza del genere. È giusto alla fine picchiare anche un po’ il naso contro la spavalderia e ricordo con una certa soddisfazione quello spirito di qualunquismo che in aula regnava sovrano nelle ultime settimane prima della fine della scuola, quando i nostri prodi cavalcavano ancora l’onda delle proprie certezze e della rassicurante sequela dei “tanto” (tanto l’esame è una sciocchezza; tanto vale solo far bene la prova pratica; tanto le materie teoriche non contano nulla…). Ricordo, tendendo un sottile ghigno di compiacimento, la sfrontata sicurezza di farcela a priori, perché “tanto ormai si va a lavorare”; “tanto a cosa serve leggere”; a cosa serve portarsi quaderni o matite, dal momento che “tanto ormai si passa comunque, magari pure bene”. Ecco. In quei momenti, quando davanti alla lavagna inutilmente mi dibattevo nel difendere la  presenza di contenuti, diciamo così,  “scolastici” in un contenitore ormai connotato quasi esclusivamente come tecnico e professionale; mentre mi arroccavo sull’importanza di ciò che sarebbe stato mio desiderio trasmettere loro, probabilmente con la medesima disposizione di un soldato francese all’alba della battaglia di Waterloo; mentre infine vaticinavo il rischio di affrontare un esame nella totale impreparazione sentendomi, vittima della sindrome di Cassandra, completamente ignorata; in tutti quegli esaltanti momenti della mia presenza in classe fra i terzini avrei voluto scattare una fotografia. Avrei voluto immortalare in una serie di inequivocabili pixel l’espressione beata e sicura di sé con cui si apprestavano, fino allo scorso lunedì, ad affrontare l’esame di Qualifica. Per poi magari farla comparire, come il proverbiale asso nella manica, durante la redazione scritta della loro “prova consuntiva” (nella quale ahimè gli strafalcioni grammaticali sono piovuti come il fuoco che biblicamente incenerì Sodoma e Gomorra); per sventolarla ancora durante la prova di disegno tecnico; per accanirmici infine durante i colloqui finali, tra un intercalare e l’altro, tra un cioè, un tipo e un boh poi non so cosa dire.
La verità è che invece ci sono di nuovo cascata.
Dopo aver visto Ettore con la giacca, con la camicia a righe e con la chioma raccolta in un elastico, dopo averlo ascoltato mentre spiegava che tornerà a scuola in estate, perché vorrebbe costruirsi il letto a soppalco che ha già progettato; dopo aver visto Joshua sfoderare il suo catalogo di lavoretti già portati a termine per conto suo, mostrandoli alla commissione, commentando la scelta di quella essenza abbinata a quell’altra essenza “perché facevano pendant con la tavoletta”. Dopo aver sentito ancora una volta Luca raccontare quanto gli piaccia dedicarsi al lavoro in campagna – e mentre ne parlava si sentiva eccome – , quanto sia difficile adesso per lui fare una scelta tra il lavoro del padre e l’opportunità di sperimentare la falegnameria; dopo aver accolto l’ammissione di Gabriele (“Prof volevo dire anche italiano tra le materie preferite, ma avevo scritto “rinura” nella prova…poi magari mi avrebbero cazziato sugli errori); dopo aver letto il saluto alla scuola che  “Dea” – proprio lui, quello delle munizioni di carta nascoste dietro al portapenne, quello delle conferenze con Tommasi in ultima fila -  ha pubblicato su Facebook;  dopo tutti i miei dopo, i loro tanto e miei tuttavia, ci sono cascata di nuovo.  Nella tenerezza che provo per ognuno; nella tentazione di sostenerli ancora una volta, con una pedata nel sedere e con una pacca sulla spalla; nella voglia di scovare le indiscutibili ragioni per farmeli mancare uno per uno, a partire da lunedì prossimo.  Arrivederci cari terzini.

09. giugno 2012 by Elena
Categories: Le mie 1000grudicarta | Tags: , | Leave a comment

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