Epitaffio coi tempi che corrono

Se ne è andato ieri notte, mentre dormivo schiacciata dal caldo senza accorgermi di niente se non proprio del caldo. Se ne è andato così, senza alcun cenno di cedimento – che so: una vibrazione, uno scolorimento, un affievolirsi di prestazioni – un presagio qualunque che ieri, ieri l’altro, una settimana fa avrebbe potuto farmi capire; avrebbe potuto farmi pensare oddio magari siamo alla fine. Estinto; deceduto tra un Off e un On. Che amarezza riaccenderlo al mattino e trovare soltanto quella schermata blu a sentenziare con una scia di indicazioni in inglese un codice numerico di errore che neppure ricordo.

Povero il mio Packard Bell, dopo circa otto anni ti sei spento per l’ultima volta senza che io lo sapessi; ti sei fulminato afflosciandoti nel nero del monitor senza che io potessi dirti grazie piccì per il tuo onorato servizio di una vita. Otto anni per un’apparecchiatura come la tua non sono mica uno starnuto; otto anni nel tuo linguaggio futuristico valgono un’intera era geologica, ma che vuoi che io ne capisca, io che sono nata nell’era preistorica in cui giravano le lire e  i vinili.

Grazie mio caro primo piccì portatile, che fino a veneranda età non hai fatto che surriscaldarti sulla scrivania, digerendoti tutti i miei sproloqui elettronici senza mai soccombere alle scartoffie e all’orchidea; ingoiandoti la polvere, qualche puntina metallica e pure il pelo di gatto.

Grazie perché perfino la tua custodia in stoffa arancione, con quella bella tracolla felpata per portarti a spasso, si era arresa alla mia vita stanziale facendomi da cuscino sulla sedia. E detto tra noi sinceramente chi pensava ancora a muoverti da lì? Per quanto me ne intendo tu avresti ancora potuto animare i tuoi megabytes fino all’epoca della pubertà di mia figlia; ed io avrei potuto godermi il ticchettio della tua tastiera almeno fino al giorno delle mie nozze di diamante.

Soprattutto grazie caro Packard Bell per avermi risparmiato in tutti questi otto anni la seccatura di dover pensare a sostituirti; per avermi risparmiato l’ansia di avventurarmi nella selva dei Ram, dei Giga, dei Monitor a Led, che mi è oscura quanto la più celebre selva dell’Inferno di Dante.

Che tu possa finalmente riposare, lontano dalle riviste impilate che ti assediavano e dalla connessione internet sempre poco affidabile. Sei libero adesso. Possano i tuoi elettroni fluttuare in qualche sconosciuto sistema vettoriale ricongiungendosi magari in una forma di vita elettronica ancora più evoluta. Chissà che non sia quella che mi capiterà tra le mani non appena avrò messo da parte la pecunia sufficiente. Anche se, caro piccì della leva del duemilaquattro, coi tempi che corrono non c’è mica da scherzare. Caro piccì che ti sei suicidato nella notte del sette luglio duemiladodici, proprio tu con l’età di uno hobbit, dopo otto anni di prezioso servizio, incasellato tra le riviste sporgenti, le matite sbeccate e un’orchidea molto invadente. Altro che pecunia.

Perché io farei prima ad addestrare piccioni viaggiatori per inviare le mie e-mail; farei prima a riprendere la scrittura cuneiforme incidendo le pietre intorno a casa. Scrivendoti Caro piccì, coi tempi che corrono. Proprio adesso te ne dovevi andare lasciandomi così, soltanto col cuscino sulla sedia. Non potevi aspettare almeno il momento della tredicesima, avrei avuto maggiori risorse anche per questo epitaffio. Coi tempi che corrono.

09. luglio 2012 by Elena
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