È che noi non siamo abituati

È che Noi  non siamo abituati. Me lo ha detto la vicina, l’altro ieri alla fontana. E quel noi era pronunciato corsivo  grassettato, perché contrastava con quelli che non sono noi , che non vivono ai piedi delle Alpi Marittime e che quindi ci sono abituati. Al caldo asfissiante. Al forno estivo che ci cuoce da un mese condito con l’afa. E tutti a boccheggiare; tutti a lamentarsi, a invocare i bei tempi che furono, quando da noi  in autunno non scendeva mai la nebbia, in inverno nevicava il giusto, in primavera fiorivano i frutteti senza affogare nei monsoni e in estate si respirava. Sì infatti, noi non ci siamo abituati. E la vicina lo pontificava dimenando l’indice, mentre riempiva fino all’orlo la sua caraffa di acqua alla fontana sotto l’albero di susine; prima di rifugiarsi al fresco della sua tana dalle pareti spesse un metro e mezzo che dentro al massimo ci saranno ventitré gradi. Senza pinguino condizionatore.

Indubbiamente fa caldo. Ma non mi vengano a raccontare – soprattutto coloro che dopo aver attinto acqua alla fontana trascorrono il proprio tempo indolente dietro pareti spesse un metro e mezzo, a ventitré gradi senza condizionatore – che da noi il caldo è così insopportabile. Il caldo da noi secondo me arriva, sì, come è arrivato alla fine di giugno;  sbadiglia per due, tre, al massimo quattro settimane, giusto il tempo di seccarci le ossa dalla muffa che intanto prolifera in tutti gli altri undici mesi dell’anno; poi improvvisamente l’estate si spegne e ricomincia a piovere. Ecco. A un certo punto bisogna anche essere onesti:  è che forse noi  non siamo abituati a goderci il sole pieno, a goderci i tempi rallentati dalla saracinesca del calore  e dal bisogno di starsene semplicemente un po’ fermi, a farsi asciugare dall’estate per quel poco che dura. Non siamo abituati a non lamentarci, una buona volta.

Non più tardi di un mese fa la stessa vicina – quella della caraffa e della tana dalle pareti spesse – piagnucolava a proposito del freddo inconsueto e che razza di estate mi diceva otto gradi di mattina e siamo a giugno. E via con la tiritera sui bei tempi andati, sulle quattro stagioni, sul però adesso non si capisce più nulla.

Allora. Due anni fa è venuta giù tanta di quella neve che fino ad aprile ce n’erano mucchi da sciogliere nei cortili esposti a nord: da tempo immemore qui non nevicava come nella leggendaria Età dell’Oro, eppure tutti a piangere, compresa io che per quanto piemontese e montanara di cuore e di lignaggio, ripudio la neve come la guerra. Lo scorso inverno non c’è stata sovrabbondanza di neve, in compenso le gelate siberiane hanno ripetutamente scatenato rimpianti e lamentii di ogni sorta. Poi la consueta pioggia da aprile a metà maggio ha dato il via alle lagne sulla  primavera che non c’è più, sui frutteti che adesso affogano, sul  ci vorrebbe un po’ di caldo. Eccolo il caldo, siamo in estate, siamo a luglio. Forse è normale. Siamo a settecento metri sul livello del mare, ci sono trenta gradi con un cielo terso come oggi che è uno spettacolo, pure gli occhi si stringono a cerniera tanta è la luce. Al massimo tra due settimane torneremo a metterci il golfino di sera , potrei scommetterci il mio ventilatore.

E ci sentiremo dire alla fontana, riempiendo la caraffa all’ombra dell’albero di susine, che triste ormai l’estate da noi è finita. Che triste.

13. luglio 2012 by Elena
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