Dopo sette giorni

Non i cespugli di ginepro frustati dal vento; non la laguna di Grado, con le sue frange di sabbia solcate da folaghe e aironi; non l’Isonzo con le sponde di ghiaia. Non porto a casa dal mio vagabondaggio per la landa carsica neppure le vigne di Cividale, neppure il molo di Trieste e l’odore di mare mitteleuropeo sull’intera Piazza Unità d’Italia, su fino in cima alla salita che porta a San Giusto.

Ho scovato il mio ricordo ad Aquileia. Ben oltre il Battistero ottagonale, ben oltre i mosaici pavimentali della Basilica, in cui vibrano mirabili pesci e pavoni sfavillanti e simbologie paleocristiane; ancora oltre le rovine del porto fluviale degli antichi romani, accanto ai giunchi e alle anatre selvatiche.

Ho scovato il mio ricordo alla fine del viale dei cipressi, oltre un cancello minuscolo cigolante, come si conviene all’ingresso di ogni cimitero che si rispetti.

Il mio ricordo, il ricordo che dopo sette giorni mi porto dalla landa carsica, dalle pietre e dai cippi, dai cimeli e dai versi di Giuseppe Ungaretti di cui si impregnano anche le doline e l’arenaria, il mio ricordo sono le duecento croci di metallo, allineate e sottili come corpi verticali schierati in battaglia in mezzo all’erba finissima e rada; intervallate dai dossi delle sepolture, dalle statue e dalle lapidi altisonanti in caratteri di bronzo. Duecento croci in ferro battuto e ognuna un tondo nel centro con un nome e una data un nome e una data un nome e una data per duecento volte e forse ancora altre. La data è più o meno sempre la stessa: a volte luglio, a volte agosto oppure settembre, 1916. Nel centro del tondo incorniciato da foglie di lauro e di quercia: Dulce et decorum est pro patria mori.  Ma che morire per la patria sia dolce e decoroso devono dirlo quei corpi sotterrati a vent’anni. Devono giurarlo i soldati coricati sotto quelle croci e dal cui sacrificio all’inizio della Grande Guerra ci separano ormai quasi un secolo e una Seconda Guerra.

Il mio ricordo sono quelle croci verticali, quel silenzio frusciante odoroso di cipresso. E un gattino che si sporge con enormi occhi verdi, dietro una pietra anch’essa verde, tra una ciotola di acqua stantia e una vaschetta di whiskas al manzo leccata con dedizione. Forse l’unico, quel gattino, a trarre un utile dalla frescura delle lapidi, dalle morti schierate da cent’anni, da chi ancora vivo vi passeggia a volte inconsapevole, facendovi crepitare la ghiaia, impietosendosi più per lui che per loro.

Dulce et decorum est pro patria mori. Incomprensibile come la lingua in cui è scritto.

 

02. agosto 2012 by Elena
Categories: Le mie 1000grudicarta | Tags: | Leave a comment

Leave a Reply

Required fields are marked *

*


WP Like Button Plugin by Free WordPress Templates