Mentre fuori piove

Non è un semplice cappuccino. È la tazza rotonda di ceramica marrone con la maniglia arrotolata sul fianco, in cui la schiuma si allarga senza complimenti e appena sotto fuma il latte macchiato di caffè che accoglierebbe un intero croissant a pancia in giù. Da Mino il cappuccino non è un semplice cappuccino: è più vicino al caffèlatte delle scodelle celesti a pois nella cucina di San Pietro, nella penombra della mattina a casa di nonna più di trent’anni fa. Ha quel gusto lì, perché la tazza è grossa, perché il latte è ustionante; perché i tavoli in sala esibiscono l’irresistibile tovaglia a quadretti e le biove di pane accomodate nel cestino; perché annuso la rolla di noce sulle pareti e l’odore di rosmarino appena scesi i due gradini dietro l’ingresso con le tendine; perché trovo la campanella appesa alla ciniglia e le sfoglie di mele sul tovagliolo.

Fuori un temporale scrosciante che allaga l’asfalto; dentro il tepore uterino con il frusciare indolente delle pagine di un quotidiano. Fuori l’autunno ridondante nell’acqua che buca la terra; dentro il cicaleccio dei piatti, dei mestoli e dei bicchieri dietro una tenda rigata.

Una sosta da Mino è più che dovuta: una specie di richiamo istintivo, che forse trovandomi in quel di Mellana risveglia la casualità dell’essermici imbattuta mentre passavo. Così un po’ per accompagnare il mio lunedì  iniziato nella pioggia invadente, un po’ per sedimentare le idee condivise con Ilenia e con Franco a proposito di un lavoro a scuola, quasi in stato di trance mi ritrovo davanti al bancone a ordinare la mia colazione. Perché due ore fa, con il buio delle sei e la pioggia, con il sonno e con il freddo e di nuovo la pioggia, mi è stato possibile tristemente concedermi appena un bicchiere di tè tiepido giusto per non svenire in una pozzanghera. Perciò lo stomaco gorgheggia davanti a una schiuma di latte che quasi magicamente si assesta nella divina tazza marrone; Mino affiora dal bancone sporgendomi la crostata all’albicocca a cui ovviamente non ho saputo resistere.

E mentre fuori piove, mi finisco nella pasta frolla inzuppata abbassando le palpebre in stato di estasi: so che con una scusa qualsiasi potrei provare a barricarmi per altre sei ore in tanta beatitudine, piuttosto che arrancare sull’altipiano.

Poi sorseggio ustionandomi il palato; sorseggio e centellino la schiuma, cerco le briciole sul tovagliolo. Pago due euro e riascolto i rumori; esco nell’acqua che continua a cascare; esco a riprendermela sul cappuccio, nelle scarpe eccetera. Mi imbarco sulla vecchia Twingo, sono pure un po’ depressa.

Ma la musica adesso scroscia forte, più forte della pioggia

 

C.S.I. – Irata

04. settembre 2012 by Elena
Categories: Le mie 1000grudicarta | Tags: | 2 comments

Comments (2)

  1. Questo rifugiarsi mi è consonante.
    E non è forse vero che il caffè o il cappuccino sono molto più buoni quando fuori piove?

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