Succede

Non ci credo più. Che il tempo guarisca le ferite. Che la sequela dei secondi e dei minuti e delle ore possano depositarsi come una coperta sempre più spessa nel trascorrere dei giorni e delle settimane, come uno strato di neve che si indurisce finché ti ci puoi avvinghiare sopra con i ramponi. Il tempo è bizzarro e corre avanti e indietro, si arrotola e si rigenera come un’onda che ruota su se stessa prima di insabbiarsi, per poi sollevarsi ancora all’improvviso e infrangersi nella schiuma più feroce di prima.

Non mi basta il tempo, non mi bastano le ore né i giorni. La distanza non è sufficiente e il buco si sfalda, mi appassisce.

Eppure tutto scorre nell’apparente quotidianità; e gli alberi vibrano nei gialli di novembre; e il gessetto stride sulla lavagna mentre i termosifoni ribolliscono sotto i davanzali. Anche io mi sveglio stropicciandomi gli occhi esattamente come prima; mi alzo con indolenza precisamente come ventisette giorni fa, perché nulla è cambiato da allora e pensandoci forse sembrano trascorsi più di trent’anni. Ventisette giorni fa forse erano un’altra vita, erano un altro pianeta, quando non ero neppure nata. Ventisette giorni fa. Quando ancora ti annidavi in meno di un millimetro del mio corpo; quando avevi il peso di una forma disegnata senza rumore, in attesa di venire alla luce.

Quando hai scelto di scivolare senza suono fuori dallo spazio che ti avrebbe accolto, lo hai fatto con amore, ne sono certa, eppure questo per ora non mi consola. Lo hai fatto come un grumo di sangue che si coagula e ritorna a far parte del resto, di quel tempo che corre in avanti e torna indietro fagocitandoci in una giostra di stagioni. E a me non è rimasto che un grido strozzato in fondo alla gola, come un rantolo di tosse che raschia e non esce.  Che resta dov’è, accucciato come una zecca che mi succhia.

È rimasto un tempo che nel frattempo si è interposto da allora, senza porvi alcun rimedio. Anzi parole sguardi e immagini di quella notte sono sempre più lucide e le riascolto con estrema chiarezza, anche se c’è il tempo nel mezzo.  Se lei non mi avesse detto che era incinta io non lo crederei neppure, mi dice il medico e la voce esce da labbra ancora grigie per il sonno e lo scazzo di essere stata svegliata nel cuore di un turno di notte in un ambulatorio grigio del pronto soccorso al quinto piano. Grigiore intorno a me, sulle mattonelle, sulla carta allungata che si strappa mentre mi siedo sul lettino; luci opache; il gel gelido spalmato sulla pancia come marmellata trasparente e quel tono asciutto specialistico, che proviene dall’oltretomba, anch’esso grigio, quello che si conviene in circostanze simili.

Perché succede. Succede. La gravidanza e l’aborto non sono che il frutto di una statistica; sono chimica. Il mio caso rientra perfettamente nel venticinque per cento dei casi che normalmente eccetera eccetera

Ma il grigio nel frattempo è sceso dentro di me,  avviluppa e scolora.  Assorda la sua voce il suo grigio e il fluire

L’aborto succede.

Farsene davvero una ragione però è una faccenda che non so spiegare affatto

 

 

27. novembre 2012 by Elena
Categories: Le mie 1000grudicarta | Leave a comment

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