Prosit

forse è il rosso nel bicchiere di plastica, mescolato al vuoto nella pancia e alle bollicine dell’acqua frizzante; forse è quel dito di nebbiolo che Aurelio mi versa mentre imploro no basta fatico a finirlo e intanto è già più di un dito sopra quello che mi resta. Fatto sta che la festa di Natale nel laboratorio della sede di Boves  – apparecchiato con tutto ciò che in tre mesi scarsi è scaturito dalle mani e dalle raspe dei nostri falegnami – mi esplode addosso in un crogiolo di colori persone colleghi in allegra mescolanza coi tavoloni di noce e di ciliegio assiepati intorno alle pareti. C’è odore di legno e lo sento ancora, nonostante l’assuefazione, nonostante quell’odore mi appartenga adesso come una traccia che annuso con familiarità. Ecco – penso mentre ho finito di parlare e di imbandire un discorso fatto di saluti e di auguri per tutti – ecco che forse ho dimenticato di dire a tutti di portarsi a casa un po’ di questo odore, di tenerselo un po’ per sé, gelosamente, fino a gennaio.

Poi penso a domani, quando entrerò in classe e ascolterò Florina che mi dirà prof ho dimenticato il libro oppure prof ho dimenticato il compito. Gino avrà gli occhi che luccicano perché da almeno un mese e mezzo sta facendo il conto alla rovescia e domani – come probabilmente mi ricorderà – è l’ultimo giorno di scuola prima della vacanza. E questa vacanza non so come ha già assunto dimensioni ciclopiche, sarà che tra il momento presente e il rientro prossimo venturo avremo nel frattempo cambiato l’anno, e dopo aver sbagliato un paio di volte nello scrivere la data annotando imperterriti il due anziché il tre, ci abitueremo al nuovo e questi giorni parranno antichissimi. Questa vacanza la aspetto anche io che mi sento sfibrata e decisamente poco sintonizzata rispetto al momento che vorrebbe farsi anche festoso.

Sorseggio e brindo a Cristian che anche domani sbraiterà il suo punto di vista senza alzare la mano e possibilmente mentre sta già parlando qualcun altro, fosse pure un insegnante.  Brindo al Natale e agli auguri che vorrei ancora scrivere ma che forse troverò il modo per evitare. Brindo alle parole che vorrei scoprire e che fluttuano annegandosi nel rosso amaranto del mio mezzo bicchiere. Vorrei trovare l’augurio perfetto, con le parole confezionate come si deve, con le virgole e i punti, con la citazione, con l’esclamazione finale che lascia di stucco. Vorrei dire ai miei fanciulli domattina:  godetevi le vacanze, godetevi il natale e che il nuovo anno vi porti gioia eccetera

in una caterva di luoghi comuni che sgorgano in mezzo al sorriso luccicoso e che si sciupano mentre vengono ribaditi, come uno straccio che si usa infinite volte.

Ma il solo augurio che mi viene in mente è quello di imbattersi in un anno di parole che sappiano farsi valere. Questo vorrei, finalmente. Un nuovo anno in cui, insieme a tante ovvietà che probabilmente accadrà di augurarci nelle migliori intenzioni, ci sia posto per parole che valgono  e che durano. Parole non dette così per dire e che poi i fatti, nella concretezza, ribaltano rendendole vane. Voglio un anno in cui la parola ha ancora un senso, un valore, una credibilità. In cui valga la parola data.  In cui si parla senza bisogno di promettere e poi di smentire.

Voglio parole vere di persone vere e questo auguro anche ai miei ragazzi.

Prosit

20. dicembre 2012 by Elena
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