Novantacinque. Cedimento

A volte semplicemente le aspettative riposte in qualcosa o qualcuno si sbriciolano. Perché quel qualcosa o quel qualcuno sono diversi da quanto ci eravamo immaginati. Non sarò né la prima né l’ultima a dovermi scontrare con questo genere di verità; non è né la prima volta né l’ultima volta in cui mi accadrà di ricevere una sportellata sulla faccia, eppure fa male lo stesso: tutto è proporzionato all’intensità di attesa che vi si era riposto, in quel qualcuno o qualcosa. L’amarezza rimbalza come un ceffone, come uno sputo che per quanto rivoltante lascia il suo segno per un po’. In classe nessuno ha ben chiaro cosa si festeggia il 25 aprile. Si sta a casa in vacanza, è un giorno di festa; il motivo per cui si festeggia è un particolare di secondaria importanza. Potrebbe essere qualcosa che ha che fare con la guerra, con la Russia, con i soldati, con un tentacolo della festa della donna arrivato fino alla metà di aprile. E a me manca già l’ossigeno mentre annaspo nello spiegare, nel riprendere le fila di un argomento che – adesso è lampante – non sta a cuore a nessuno; forse io mi sono già arresa e questa resa galleggia sull’aria che respiriamo, è palese, legittima il sonno e gli sbadigli. In mezzo al chiasso che arriva dal corridoio e che spinge dalla porta, è ancora più difficile parlare di “resistenza”. Volevo citare Don Raimondo Viale, San Paolo e la sua resistenza a San Pietro; avevo pronti da sfoderare due amatissimi episodi scritti da Beppe Fenoglio e da Cesare Pavese. Eppure adesso in questo mio cedimento anche il racconto dell’eccidio di Boves si perde nella noia più opprimente e le parole sbattono contro le pareti come un pipistrello stordito, senza che nessuno le raccolga neppure per sbaglio. L’errore è stato forse accanirsi. Fenoglio, Pavese, il De rerum natura di Lucrezio: qualunque lezione adesso forse ci schiaccerebbe sotto il peso del tanto non ci interessa. Tanto è noioso. Ed è su questa definizione di noia che mi sale un ultimo conato di rabbia. Perché in effetti mi sento noiosa, mentre leggo e commento l’imboscata di Johnny sulle colline di Canelli nell’ultimo capitolo di “Primavera di Bellezza” di Beppe Fenoglio con debolezza e poco convincimento; sono noiosa perché ho ceduto, e il discorso arranca stanchissimo, pure io me ne accorgo e mi arrabbio intimamente con me stessa. Non c’è scampo da una lezione che parte col piede sbagliato, soprattutto se il senso di assenza che adesso mi si ritorce contro facendomi sentire totalmente inefficace, risveglia la paura assassina che io stessa accudisco, nel profondo più profondo, della mia inefficacia. Del tanto farei meglio a zappare la terra e lasciar fare ad altri, più autoritari e adeguati chissà. C’era l’episodio di Santina, il cui destino si compie nel racconto di Nuto, nella chiusa del romanzo di Cesare Pavese “La luna e i falò”: la donna traditrice e fragilissima, fucilata nel suo vestito bianco e poi bruciata sulla collina: anche di quel fuoco resta un segno nella terra, come di un falò, ancora per  molto tempo. Pensavo che sarei  riuscita a rappresentarlo come si sarebbe meritato, invece è sceso mollemente e si è perso tra i banchi, come un rumore, come le volute ipnotiche tra i bagliori, nella notte stellata di Van Gogh.
Pensavo che una persona a me molto vicina mi sostenesse e invece proprio quella persona mi ha scagliato addosso la paura più grande, di non farcela e fallire, perché “Non sei nemmeno capace di organizzare un evento. Non sei capace di avere la collaborazione degli altri”.
A volte alcune parole scendono tagliano e feriscono gratuitamente. Sono le parole a cui permetto di scendere tagliare e ferire soltanto perché in qualche misura lascio loro lo spazio corrispondente a ciò che nel profondo più profondo sto allevando. Forse basterebbe solo ripartire da questo: chiudere la porta sbattendola, leggere decantare e proclamare, credendoci, quanto è importante ciò che si sta vivendo. Essendo, nella concretezza, nonostante le aspettative mancate o la fiducia tradita, davvero resistente.

15. aprile 2012 by Elena
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