Pensando a lattuga e germogli

Alla fine ho ceduto: sarà stata la luna in fase appena calante in una sera piena di grilli. Ieri mi sono arresa al richiamo ancestrale così docilmente che manco avrei immaginato. Spudoratamente e quasi con orgoglio ho capitolato all’odore che si infila dritto su per le narici e fila al cervello come un proiettile.

Quattro mesi valgono pure  la bellezza di circa centoventi giorni. Centoventi giorni di astensione e rigore; di serena compiutezza e auto gratificazione nel dirsi ce la posso fare. Ce la posso fare a guardare le mucche e le pecore e i vitelli e i maiali grufolanti dicendo in cuor mio amici miei ho smesso di mangiarvi. Posso guardarvi con tenerezza  priva di ipocrisia perché nel mio piatto ormai ospito da centoventi giorni esclusivamente proteine di origine vegetale e una caterva di dolciumi tappa inquietudini. Rinunciando non senza qualche sacrificio anche alle perle della mia trascorsa vita da carnivora: il vitello tonnato e la cotoletta alla milanese. Ma la scelta mi è parsa fin da subito saggia e doverosa, in nome innanzitutto di ciò che oserei definire un principio di non violenza eccetera

però alla fine ho ceduto.

Quattro mesi di dieta vegetariana azzerati in un Amen da un odore che fuma sollevandosi dai tendoni, tra i meli, l’erba recisa e la musica sgangherata; tra cosce scosciate, braccia sbracciate e birre alla spina servite spumose nei bicchieri di plastica.

È stato una sorta di istinto primordiale. È stato il risveglio dello spirito bestiale assetato di ferro grondante e di grasso colante dalle griglie. Covava dentro, sotto la canottiera, sotto gli strati di pelle e l’ombelico; sotto nelle profondità addominali in cui poltriva da centoventi giorni senza darsi per vinto il maledetto. È bastato quel profumo di carne alla brace a entrarmi nella fossa cranica posteriore solleticando il primitivo cervello rettiliano, ed è stata subito una sete più che una fame. C’era la luna in fase appena calante e a un certo punto è sparita; c’erano i grilli e stridevano forti come se urlassero dallo spavento e a un certo punto sono morti anche loro nel buio e in quell’odore. C’era solo una voglia irrequieta di avventarmi e possedere quell’odore di carne arrostita prima ancora di quella carne; di rotolarmici come un lupo con occhi iniettati di rosso e sentirmelo addosso dal capo alla coda quell’odore di carne e di ferro e di muscoli rosolati sul fuoco. Di addentarvi i canini e strappare la polpa trangugiandola a morsi dalle ossa come una belva, sollevando la gola e piantando le unghie nella terra; ringhiando di pura soddisfazione.

Strano. Adesso pensando a lattuga e germogli provo una certa repulsione viscerale.

05. agosto 2012 by Elena
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Dopo sette giorni

Non i cespugli di ginepro frustati dal vento; non la laguna di Grado, con le sue frange di sabbia solcate da folaghe e aironi; non l’Isonzo con le sponde di ghiaia. Non porto a casa dal mio vagabondaggio per la landa carsica neppure le vigne di Cividale, neppure il molo di Trieste e l’odore di mare mitteleuropeo sull’intera Piazza Unità d’Italia, su fino in cima alla salita che porta a San Giusto.

Ho scovato il mio ricordo ad Aquileia. Ben oltre il Battistero ottagonale, ben oltre i mosaici pavimentali della Basilica, in cui vibrano mirabili pesci e pavoni sfavillanti e simbologie paleocristiane; ancora oltre le rovine del porto fluviale degli antichi romani, accanto ai giunchi e alle anatre selvatiche.

Ho scovato il mio ricordo alla fine del viale dei cipressi, oltre un cancello minuscolo cigolante, come si conviene all’ingresso di ogni cimitero che si rispetti.

Il mio ricordo, il ricordo che dopo sette giorni mi porto dalla landa carsica, dalle pietre e dai cippi, dai cimeli e dai versi di Giuseppe Ungaretti di cui si impregnano anche le doline e l’arenaria, il mio ricordo sono le duecento croci di metallo, allineate e sottili come corpi verticali schierati in battaglia in mezzo all’erba finissima e rada; intervallate dai dossi delle sepolture, dalle statue e dalle lapidi altisonanti in caratteri di bronzo. Duecento croci in ferro battuto e ognuna un tondo nel centro con un nome e una data un nome e una data un nome e una data per duecento volte e forse ancora altre. La data è più o meno sempre la stessa: a volte luglio, a volte agosto oppure settembre, 1916. Nel centro del tondo incorniciato da foglie di lauro e di quercia: Dulce et decorum est pro patria mori.  Ma che morire per la patria sia dolce e decoroso devono dirlo quei corpi sotterrati a vent’anni. Devono giurarlo i soldati coricati sotto quelle croci e dal cui sacrificio all’inizio della Grande Guerra ci separano ormai quasi un secolo e una Seconda Guerra.

Il mio ricordo sono quelle croci verticali, quel silenzio frusciante odoroso di cipresso. E un gattino che si sporge con enormi occhi verdi, dietro una pietra anch’essa verde, tra una ciotola di acqua stantia e una vaschetta di whiskas al manzo leccata con dedizione. Forse l’unico, quel gattino, a trarre un utile dalla frescura delle lapidi, dalle morti schierate da cent’anni, da chi ancora vivo vi passeggia a volte inconsapevole, facendovi crepitare la ghiaia, impietosendosi più per lui che per loro.

Dulce et decorum est pro patria mori. Incomprensibile come la lingua in cui è scritto.

 

02. agosto 2012 by Elena
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Sette giorni

Nella pancia dello zaino ho posato il libro che viaggerà con me e che io riporterò a casa senza leggerne neppure una riga; nella tasca interna il taccuino che resterà intonso; nel borsone stipato di vestiti che non indosserò c’è stato anche l’incenso; i wafer al cioccolato a cui per ora ho rinunciato, probabilmente me li comprerò senza remore al primo autogrill.

Fra tre ore mi sveglio e parto. Parto e mi disconnetto da internet, dai gatti sotto la finestra, da qualsivoglia forma di piegatura della carta:  parto con il Darshan in mezzo alle canottiere, con un taccuino frusciante di pagine immacolate; parto con un libro che non aprirò ma che a modo suo mi farà compagnia.

Bighellonerò fino all’altra sponda di questa Italia del Nord e mi crogiolerò sull’altipiano carsico per sette giorni.

Inspiro espiro inspiro espiro e così via

Certo farò anche il pieno di cose da raccontare

 

Q Lazzarus – Goodbye Horses

 

 

 

24. luglio 2012 by Elena
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Primo giorno di ferie

Penso. Una bacinella di acqua con i piedi a mollo. Sotto la scrivania. Un risucchio a sorpresa nel monitor con un capitombolo tra le colline vellutate di verde fotografate sul desktop, sotto quel cielo appena screziato che sa ancora di primavera:  Badabum

Penso che ogni pensiero mi costa ancora fatica, che ogni pensiero è ipoteso, è gonfio di caldo e di insonnia: pure la bottiglia si intiepidisce sulla scrivania e ha smesso di dissetarmi da un pezzo. Penso a una sorgente di alta quota su cui avventarmi senza grazia come una capra. Fa caldo. Penso a smisurate lenzuola di lino crepitanti di fresco, con il fragore delle cicale che incendiano i prati attraverso imposte accostate e dentro la camera solo la voglia di addormentarvisi, in quel fragore, in quel caldo che si incolla, sotto quelle lenzuola crepitanti.

Partorisco la mia estate proprio adesso in questo caldo ansimante, in questo bugigattolo che rigurgita la mia smania di scalzarmi, spalancando  le ante del finestrone su via Barbaroux sbraitando a gola spiegata Partorisco la mia estate proprio adesso.

Primo giorno di Ferie.

Parto. Parto per la porta di casa lasciandomi alle spalle l’ozono della fotocopiatrice, le gocce lerce sui vetri, le serrature lamentose, i clacson che brontolano. Cerco le portulache da rinvasare e il terriccio nero fin sotto le unghie; il foglio da imbrattare; la marmellata da bollire per ore ore e ore. Parto per la porta di casa e penso. Che per un po’ non ci penserò. Che da adesso sarà come mettere i piedi nudi a mollo in una bacinella sotto la scrivania dicendomi che delizia e il fresco salirà dagli alluci fino al cervello. Parto.

Senza bagagli, slacciata come un funambolo sul filo dei miei giorni da qui a settembre.

Da oggi mi sento tutto il sole addosso. E scrivere sarà solo un guizzo  in mezzo a una capriola d’estate.

 

Patti Smith – Gloria

18. luglio 2012 by Elena
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Forse anche i gatti applaudirebbero

Tanto per contraddire parole scritte di recente, oggi il caldo è insostenibile. C’è il solito cielo a specchio; c’è la solita ombra degli alberi di susine e la solita fontana, ma muovermi oltre la soglia di casa mi costerebbe una fatica sovrumana; perfino leggere mi pesa come se i  neuroni anch’essi ansimanti per il solo fatto di spostarsi mi facessero sudare. Però ce l’ho fatta lo stesso. A trascinarmi alla finestra, a osservare il bianco abbagliante in cortile trovandovi  i gatti spalmati sulle strisce di frescura. Naturalmente c’eri anche tu. Con la tua bella pancia lievitata come una pagnotta, sotto il pelo maculato bigio focato e bianco. Sei ancora una bambina. Una bambina con la pancia piena di gattini e il caldo che ti affatica, si vede: fai un movimento poi ti sdrai. Gli occhi ambrati, il naso rosa. Quando sarà l’ora lo sentirai. E saprai dove acquattarti; saprai come muoverti, cosa leccare; saprai cosa sta accadendo anche se nessuno te lo ha insegnato. Sarai sola probabilmente sulla legnaia e partorirai i tuoi cuccioli. Anche tu sei nata così, in una cassetta di cartone in bilico sui ceppi di faggio; e adesso non hai ancora compiuto un anno. Sei solo una bambina. Una bambina con la pancia rotonda come una borsa che ti porti.

Tua sorella, quella striata con la coda corta, è incinta pure lei sicuramente del gatto rosso con la testa grossa. Quello che tra l’altro forse è anche un vostro genitore. Vostra madre invece sottile come una sardina allatta i due gattini dell’ennesima cucciolata: l’ho presa in braccio l’altra sera e faceva le fusa; col pelo rado, leggera come un soffione che perde i suoi steli e diventa sempre più secco. C’è che però io non sono felice.

Non sono felice nel trovarvi così, sole e ingravidate da vostro padre, a partorire ogni sei mesi su una legnaia; a partorire, tra gli altri, altre gatte che a loro volta partoriranno dopo sei mesi. Perché non siete le mie gatte. Siete le gatte di una vicina, ma avete scelto la mia legnaia. Avete scelto le ciotole di croccantini che trovate vicino al mio zerbino e la frescura sotto al mio rosmarino.

Non sono felice perché incomincio a trovare inascoltabili certi ragionamenti sulla natura che ci pensa, sulle madri che insegnano ai cuccioli, sul tempo in cui una volta si faceva così e che quindi va bene. C’è che inizio a trovare profondamente immorale, e anche un po’ ipocrita, il convincimento di certe persone di poter tenere animali per il solo gusto di trovarseli a scorrazzare in cortile, come se il vento ce li posasse e se li nutrisse pure. Dicendolo pure con orgoglio, mentre dal balcone si pinzano le mollette sulla biancheria, discorrendo del caldo e della natura che ci pensa.

Ecco, come donna faccio fatica a pensarci. Come madre ancora di meno. Ma adesso, mentre guardo quelle pance, mentre sento questo caldo che rende tutto più insostenibile – rende insostenibile se stesso, le pance ingravidate e pure i discorsi che sento scendere dal balcone  – inizio a persuadermi che sia giusto. Pensare alla sterilizzazione. Solo a pronunciarne il nome sono assalita da frotte di pensieri terrificanti, da visioni di lager nazisti e di violazione dei diritti animali. È un principio che mi angoscia, che mi fa sentire terribilmente in colpa; ma non vedo soluzioni alternative. Fuorché munirmi finalmente di un fucile a pompa.

Per replicare una volta per tutte ai prossimi illuminati ragionamenti che coglierò dietro la begonia, aprendo la finestra e mirando verso quel balcone. Forse anche i gatti applaudirebbero.

15. luglio 2012 by Elena
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È che noi non siamo abituati

È che Noi  non siamo abituati. Me lo ha detto la vicina, l’altro ieri alla fontana. E quel noi era pronunciato corsivo  grassettato, perché contrastava con quelli che non sono noi , che non vivono ai piedi delle Alpi Marittime e che quindi ci sono abituati. Al caldo asfissiante. Al forno estivo che ci cuoce da un mese condito con l’afa. E tutti a boccheggiare; tutti a lamentarsi, a invocare i bei tempi che furono, quando da noi  in autunno non scendeva mai la nebbia, in inverno nevicava il giusto, in primavera fiorivano i frutteti senza affogare nei monsoni e in estate si respirava. Sì infatti, noi non ci siamo abituati. E la vicina lo pontificava dimenando l’indice, mentre riempiva fino all’orlo la sua caraffa di acqua alla fontana sotto l’albero di susine; prima di rifugiarsi al fresco della sua tana dalle pareti spesse un metro e mezzo che dentro al massimo ci saranno ventitré gradi. Senza pinguino condizionatore.

Indubbiamente fa caldo. Ma non mi vengano a raccontare – soprattutto coloro che dopo aver attinto acqua alla fontana trascorrono il proprio tempo indolente dietro pareti spesse un metro e mezzo, a ventitré gradi senza condizionatore – che da noi il caldo è così insopportabile. Il caldo da noi secondo me arriva, sì, come è arrivato alla fine di giugno;  sbadiglia per due, tre, al massimo quattro settimane, giusto il tempo di seccarci le ossa dalla muffa che intanto prolifera in tutti gli altri undici mesi dell’anno; poi improvvisamente l’estate si spegne e ricomincia a piovere. Ecco. A un certo punto bisogna anche essere onesti:  è che forse noi  non siamo abituati a goderci il sole pieno, a goderci i tempi rallentati dalla saracinesca del calore  e dal bisogno di starsene semplicemente un po’ fermi, a farsi asciugare dall’estate per quel poco che dura. Non siamo abituati a non lamentarci, una buona volta.

Non più tardi di un mese fa la stessa vicina – quella della caraffa e della tana dalle pareti spesse – piagnucolava a proposito del freddo inconsueto e che razza di estate mi diceva otto gradi di mattina e siamo a giugno. E via con la tiritera sui bei tempi andati, sulle quattro stagioni, sul però adesso non si capisce più nulla.

Allora. Due anni fa è venuta giù tanta di quella neve che fino ad aprile ce n’erano mucchi da sciogliere nei cortili esposti a nord: da tempo immemore qui non nevicava come nella leggendaria Età dell’Oro, eppure tutti a piangere, compresa io che per quanto piemontese e montanara di cuore e di lignaggio, ripudio la neve come la guerra. Lo scorso inverno non c’è stata sovrabbondanza di neve, in compenso le gelate siberiane hanno ripetutamente scatenato rimpianti e lamentii di ogni sorta. Poi la consueta pioggia da aprile a metà maggio ha dato il via alle lagne sulla  primavera che non c’è più, sui frutteti che adesso affogano, sul  ci vorrebbe un po’ di caldo. Eccolo il caldo, siamo in estate, siamo a luglio. Forse è normale. Siamo a settecento metri sul livello del mare, ci sono trenta gradi con un cielo terso come oggi che è uno spettacolo, pure gli occhi si stringono a cerniera tanta è la luce. Al massimo tra due settimane torneremo a metterci il golfino di sera , potrei scommetterci il mio ventilatore.

E ci sentiremo dire alla fontana, riempiendo la caraffa all’ombra dell’albero di susine, che triste ormai l’estate da noi è finita. Che triste.

13. luglio 2012 by Elena
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Pure con l’afa

Anche lì dentro ci sarà l’aria condizionata perciò mi tocca soltanto il pezzo di strada tra l’abitacolo della Twingo e  le porte scorrevoli; mi tocca soltanto quel breve muro di afa che mi cala addosso causandomi un’istantanea trasudazione. Il refrigerio però mi si offre salvifico non appena varco l’ingresso altera come Salomè: c’è pure un tappeto e davvero non credevo che l’ossigeno potesse ancora arrivare agli alveoli così direttamente; lo shock mi provoca un impercettibile cedimento che il commesso dietro il bancone di sicuro non ha notato. Procedo con finta sicurezza. Come se fossi avvezza a certi percorsi tra eco-lavatrici e frullatori; come se quella rete di corridoi fosse il mio quartiere. In fondo c’è una parete di piccì con ogni foggia e dimensione: li ho intercettati entrando e dietro una teca di vetro perfino un mouse sembra più luccicante; i cartelli che promuovono il pagamento rateale per forza sono gialli: li si deve cogliere da lontano, anche entrando il cliente capisce che se pure non avesse il gruzzoletto quella sarebbe la soluzione. È la mia soluzione. La soluzione per rimediare al recente suicidio del mio obsoleto piccì.

La proposta è seducente: dodici rate sbricioleranno in minuscole fettine un salasso che mi avrebbe spietatamente dissanguata; invece adesso quel salasso è fattibile; invece adesso quel salasso è  risibile e sono presa da un’onda di esaltazione mentre comprendo in un raptus che ogni oggetto sugli scaffali, comprese le lavastoviglie ad incasso che valgono ognuna una mia mensilità, sono rateizzabili in quella sfilza di fettine risibili. Scartabello le copie che il commesso mi allunga facendo ondeggiare anche il casco dei suoi boccoli castani. È giovane. Comunichiamo a singhiozzo dandoci del lei, poi del tu, poi di nuovo del lei. La mia ultima busta paga sembra reduce di un naufragio. Ha preso acqua spiego con sguardo contrito, l’ho tenuta nella borsa. Ed è pure la verità, quello che non spiego è che nella borsa la mia busta paga di maggio ci macerava da circa tre settimane, razzolando tra fazzolettini, scontrini stracciati e salviette umidificate; quello che non spiego è che proprio le salviette umidificate fecero scempio del mio documento incollandovisi sopra. Ma lo dico con occhi imploranti ha preso un po’ d’acqua; il commesso forse si commuove, torna a darmi del tu mi dice va bene lo stesso stai tranquilla si leggono le coordinate; ma ciò che gli interessa soprattutto è che il mio contratto non abbia una scadenza imminente e che anche questo dato sia ben leggibile. Intanto firmo a raffica, ho visioni di me circondata da banconote fruscianti che volano a milioni sulla mia testa come una nuvola di coriandoli e adesso posso pescarle a mazzi allungando una mano, posso calpestarne a mucchi e raccoglierle come fichi.  Quel tostapane laggiù ad esempio potrebbe essere mio con un colpo di tosse; il pinguino condizionatore che installerei ai piedi del letto: diciotto rate, una bazzecola. Il massaggiatore per la schiena da applicare alla poltrona e perché no, anche la lavatrice con carico da otto Kg per risolvere una volta per tutte il bucato delle lenzuola, ficcandoci dentro anche la cuccia puzzolente di Tea. Altre dodici rate,  una sciocchezzuola. Mi raggiungono nuove visioni di un oblò gigantesco azzurro come il mare e che gira in un vortice liquido, in un mare di bolle di detersivo; in mezzo alla schiuma turbinano teli di banconote, sempre più pulite, sempre più fruscianti; banconote che si moltiplicano a costi zero succhiando l’energia del fotovoltaico. Sono in estasi. Le porte scorrevoli mi restituiscono all’afa e le visioni avanzano con me nell’afa ancora più soffocante dell’abitacolo: mi serve un altro pinguino refrigerante per la vecchia Twingo, quindici rate, una bagatella.

Adesso poi è come avere un purosangue tra le mani, altro che Packard Bell antidiluviano.  Come quelli che dicono non terrò mai più nessun cane poi il giorno dopo la dipartita sono già al canile a sceglierne un altro. Il mio Acer nuovo fiammante, da liquidare in comode dodici rate a partire da novembre, è un endoreattore. È come avere uno stallone color fumo di Londra. Magnifico, lucido; un tastiera che è un salotto. Un monitor che è una veranda; illuminato a led, rigorosamente. Mi gongolo, lo sfioro adorante con il terrore di lasciarci le ditate. On. E luce fu: un’apoteosi nella musichetta di accensione che fa invidia alle trombe in excelsis.

Internet prima di tutto: sono già stufa di abitare clandestinamente i piccì altrui come un topolino delle risaie.  La spia dell’antennino non lampeggia. Riprovo, mi agito, ritento furiosamente. Niente. Un purosangue antracite in dodici comode rate, una minuzia. Ma non si connette porco boia questa è davvero una sfiga pazzesca. E mi arriva tutta di un colpo, mica a rate la maledetta. Pure con l’afa.

11. luglio 2012 by Elena
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Epitaffio coi tempi che corrono

Se ne è andato ieri notte, mentre dormivo schiacciata dal caldo senza accorgermi di niente se non proprio del caldo. Se ne è andato così, senza alcun cenno di cedimento – che so: una vibrazione, uno scolorimento, un affievolirsi di prestazioni – un presagio qualunque che ieri, ieri l’altro, una settimana fa avrebbe potuto farmi capire; avrebbe potuto farmi pensare oddio magari siamo alla fine. Estinto; deceduto tra un Off e un On. Che amarezza riaccenderlo al mattino e trovare soltanto quella schermata blu a sentenziare con una scia di indicazioni in inglese un codice numerico di errore che neppure ricordo.

Povero il mio Packard Bell, dopo circa otto anni ti sei spento per l’ultima volta senza che io lo sapessi; ti sei fulminato afflosciandoti nel nero del monitor senza che io potessi dirti grazie piccì per il tuo onorato servizio di una vita. Otto anni per un’apparecchiatura come la tua non sono mica uno starnuto; otto anni nel tuo linguaggio futuristico valgono un’intera era geologica, ma che vuoi che io ne capisca, io che sono nata nell’era preistorica in cui giravano le lire e  i vinili.

Grazie mio caro primo piccì portatile, che fino a veneranda età non hai fatto che surriscaldarti sulla scrivania, digerendoti tutti i miei sproloqui elettronici senza mai soccombere alle scartoffie e all’orchidea; ingoiandoti la polvere, qualche puntina metallica e pure il pelo di gatto.

Grazie perché perfino la tua custodia in stoffa arancione, con quella bella tracolla felpata per portarti a spasso, si era arresa alla mia vita stanziale facendomi da cuscino sulla sedia. E detto tra noi sinceramente chi pensava ancora a muoverti da lì? Per quanto me ne intendo tu avresti ancora potuto animare i tuoi megabytes fino all’epoca della pubertà di mia figlia; ed io avrei potuto godermi il ticchettio della tua tastiera almeno fino al giorno delle mie nozze di diamante.

Soprattutto grazie caro Packard Bell per avermi risparmiato in tutti questi otto anni la seccatura di dover pensare a sostituirti; per avermi risparmiato l’ansia di avventurarmi nella selva dei Ram, dei Giga, dei Monitor a Led, che mi è oscura quanto la più celebre selva dell’Inferno di Dante.

Che tu possa finalmente riposare, lontano dalle riviste impilate che ti assediavano e dalla connessione internet sempre poco affidabile. Sei libero adesso. Possano i tuoi elettroni fluttuare in qualche sconosciuto sistema vettoriale ricongiungendosi magari in una forma di vita elettronica ancora più evoluta. Chissà che non sia quella che mi capiterà tra le mani non appena avrò messo da parte la pecunia sufficiente. Anche se, caro piccì della leva del duemilaquattro, coi tempi che corrono non c’è mica da scherzare. Caro piccì che ti sei suicidato nella notte del sette luglio duemiladodici, proprio tu con l’età di uno hobbit, dopo otto anni di prezioso servizio, incasellato tra le riviste sporgenti, le matite sbeccate e un’orchidea molto invadente. Altro che pecunia.

Perché io farei prima ad addestrare piccioni viaggiatori per inviare le mie e-mail; farei prima a riprendere la scrittura cuneiforme incidendo le pietre intorno a casa. Scrivendoti Caro piccì, coi tempi che corrono. Proprio adesso te ne dovevi andare lasciandomi così, soltanto col cuscino sulla sedia. Non potevi aspettare almeno il momento della tredicesima, avrei avuto maggiori risorse anche per questo epitaffio. Coi tempi che corrono.

09. luglio 2012 by Elena
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Che festa. Che notte

Prima di salire sul palco a piedi nudi Thomas mi ha detto che forti i bambini sono sempre i primi. Intendeva: a ballare. E infatti ce ne sono già quattro o cinque a dondolarsi su un ritmo in sottofondo mentre gli strumenti luccicano in attesa che loro, i Crazy Power Flowers, vi salgano a fare esplodere questa nottata.

Eppure fino a un attimo prima c’era solo la sera abbassata piano come una coperta tra i rami di acacia e le rive di sabbia; neppure il verso di una ghiandaia a fendere l’aria; neppure il fruscio del fiume a disturbare le candeline sul pelo dell’acqua. Ma cos’è questo incantamento galleggiante? Da dove arrivano miriadi di lucciole posate in ninfee di carta velina? Fluttuano, scorrono lente, oscillano in un’ansa come indecise, poi ripartono. Cento trecento mille milioni di luci leggere minuscole vibrano in questa notte che è solo loro, solo di queste lanterne; e neppure le mani di chi le ha donate al fiume, di chi le ha piegate e posate sull’acqua lasciandovi dentro chissà che pensiero, neppure le mani si vedono più sulla sponda, nella sera che scende e che veste le Basse di Stura. In questa meraviglia di candele vestite di carta e poi lasciate sull’acqua, ammutoliscono anche le arcate del ponte Soleri e i bambini possono solo fermarsi in un Oh. Nell’incantesimo di una notte infiocchettata  perfino gli adulti che si sporgono cedono alla magia dell’acqua che accoglie il fuoco nel suo grembo e non lo spegne.

Poi ad accendersi è all’improvviso la musica e con un fragore di diga che crolla inonda la festa e ci fa trasalire. E ballano i bambini per primi, come ha detto Thomas; poi tutti gli altri e forse anche i sassi sulla riva del fiume, sulla scia del flauto traverso, della tromba e di un sax che coinvolgono senza tregua; nella pulsazione di un basso di mani di piedi che battono il tempo; di voci chiassose e di parole a ritmo di chitarra. Che festa, che notte.

E intanto le lanterne volano via, dove il fiume le porta.

07. luglio 2012 by Elena
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A casa di Astrid

Ci sono case in cui ci si sente a casa: per parlare della casa di Astrid con le parole devo ridondare, perché a casa di Astrid è come esserci già stati, come esserci già vissuti. È come tornarci per ritrovarvi chi e che cosa già si conosce: insieme alle persone anche i muri, la ghiaia, gli odori, le coperte rosse appese in cima alle porte senza porta tra una stanza e l’altra. La casa di Astrid è il nido di Astrid, di Mario e dei loro figli;  è celebrazione dell’estate, della solarità dorata che scalda accogliente, anche dietro alle finestre più piccole da cui entra meno luce; è la casa dove si ritrovano visi amici, dove ci si sente dire incontrandosi: che bello, anche tu qui? E quel bizzarro incontrarsi per caso non è strano per nessuno, perché avviene a casa di Astrid, nella generosità con cui lo accoglie il vecchio casolare nella campagna di Riforano, in mezzo alle oche che dondolano nell’aia, con le galline appollaiate sulla scala e i tre cani appisolati sulla polvere, con le mucche che osservano e il gatto che si affaccia dietro ai riccioli di vite arrampicati sul fienile. Ci sono i ciottoli arrotondati dal fiume; ci sono i cuscini di lavanda che non soffrono la canicola ancora sfinente alle sei del pomeriggio, quando il calore evapora dal fieno appena reciso e riempie di quella fragranza tutta la sera che inizia. Che inizia da una tettoia alta dieci metri, rivestita di pannelli solari, con le pareti alzate e le bocche aperte di ingressi e di finestre prive di serramenti. Che inizia in un patio già ombreggiato, con cinque sedie intorno a una scultura di pietra e un tavolino in attesa di bicchieri.

Astrid è sotto il portico, e quando ci viene incontro vestita di bianco sembra una dea appena sbucata dall’estate, con i capelli raccolti e le mani sporche di argilla. È la festa di inaugurazione del suo laboratorio di scultura e per celebrare l’evento ha scelto di realizzare un’opera interattiva, che abbracci il segno di tutti coloro che ci sono entrati in questa sera; il segno delle persone che sono arrivate nel suo laboratorio percorso dalla corrente d’aria tiepida, con il soffitto altissimo e la musica che vibra da un pc portatile.

C’è una colonna di creta e con un filo metallico ne ricava fette umide alte tre dita. Ogni foglio di creta, depositato sul cartone, raccoglie un’impronta: un dito, un polso. E il ginocchio rotondo, la spalla; la mia intera mano sinistra; il calco del piede di Cristiano. Le dita chiuse in un pugno e pigiate come la sagoma di una zampa; un orecchio, un gomito; di nuovo un piede premuto con le falangi curvate all’ingiù. Un’altra mano; la pressione di un indice schiacciato a punta con forza a bucare la terra come a dire eccomi qui.  Imprimere una parte del proprio corpo è come lasciare una firma ; come donare una propria traccia, un pezzo di sé che regala una forma nuova all’argilla. E la creta che ci accoglie si asciugherà, covando quel segno, conservandolo come un fossile che resiste alle ere e alle metamorfosi del creato; raccontando il corpo che vi si depositò. L’argilla verde lascerà evaporare dalle sue vene ogni residuo di umidità, poi cuocerà solidificandosi nel colore rosso dell’argilla cotta. Diventerà una matrice di argilla e con quel calco Astrid scolpirà la pietra durevole, che a sua volta narrerà l’incontro di noi in questa festa, in questo laboratorio, in una sera di estate di fine giugno piena del caldo e della campagna; piena delle mosche danzanti sui vassoi, piena delle lucciole sulla malva, di pesche e di meloni a galla nella sangria, di crostata al mirtillo, di patate e maionese al dragoncello. Che meraviglia l’arte della relazione, che lascia e prende forma indelebile in un foglio di argilla, che interagisce, si unisce agli altri fogli e si scambia, arricchendosi sotto le volute di una vecchia canzone dei Noir désir

 

Je n’ai pas peur de la route
Faudrait voir, faut qu’on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien là
Le vent nous portera

 

Non ho paura del cammino
vedremo, bisogna fare ciò che si vuole
nelle profondità delle emozioni
e tutto andrà bene
il vento ci guiderà

 

Anche senza un vero e proprio vento -  perché  solo un fiato quasi sospeso di tanto in tanto soffia impalpabile tra il patio e la luna – mi sento portata lo stesso, insieme alle forme degli altri.

03. luglio 2012 by Elena
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